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Un bimbo mai nato: riconoscere il trauma per superarlo

Un bimbo mai nato: riconoscere il trauma per superarlo

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 31/01/14

Al via a Roma un seminario dedicato all’elaborazione del lutto provocato dall’aborto, volontario o spontaneo

Non li abbiamo tenuti in braccio, non li abbiamo visti piangere, agitarsi e sorridere in una culla, eppure ci sono stati. Sono i bimbi mai nati, vittime di una decisione dei genitori, oppure della crudeltà delle circostanze. Ci sono stati, e continuano ad esserci. Un bimbo non nato è una presenza invisibile, per la donna che l’ha perduto, un’identità che lei fatica a riconoscere e a distinguere da sé, ma che c’è ed urla nella sua vita come anche, a volte, non sempre, in quella del padre. Questa assenza provoca un dolore che può sprofondare nella depressione, nell’ansia, e causare conseguenze molto gravi.

Per questo da molto tempo la dottoressa Benedetta Foà, psicologa, si è dedicata alle persone che dopo aver perduto o lasciato andare un figlio, si scoprono in difficoltà. Se ne occupa personalmente, nel suo studio, e nel corso di seminari intensivi. Uno di questi si aprirà a Roma sabato 1° gennaio e andrà avanti fino al 5 febbraio. Ad ospitarla sarà la Casa “Parva Domus Marie”, diretta da padre Roberto Panizzo, della comunità Pia Unione dei Figli e Figlie del Cuore Immacolato di Maria, che da diverso tempo collabora con la dottoressa Foà. Aleteia ha intervistato entrambi, per capire meglio di che evento si tratterà.

Dottoressa Foà, come nasce l’idea di questo seminario?

Foà: E’ il secondo di questo tipo, dopo quello nel settembre 2013 a Medjugorje, sempre ospiti di una struttura di don Roberto. Ora lo facciamo a Roma, dove ospiteremo sette persone. Il convegno si svolge in due parti: in una cerchiamo di spiegare perché bisogna elaborare il lutto, cos’è lo stress post-aborto, che cosa è la “sindrome del sopravvissuto”, per aiutare le persone a capire che cosa stanno vivendo. Se uno non dà un nome al proprio malessere non riconosce il sintomo che prova, mentre riconoscendolo può elaborarlo e lasciarlo andare. Nell’altra parte ci dividiamo in due gruppi, guidati uno da me e uno da una mia collega, nei quali le persone hanno il tempo di raccontare la loro storia.

Qual è solitamente il percorso della donna che attraversa questo lutto?

Foà: Una donna può perdere il proprio figlio spontaneamente, oppure può procurare l’aborto: il lutto c’è in entrambi i casi. Io ricevo telefonate da mamme che magari hanno più aborti spontanei e sono distrutte. La loro vita è ferma, la psiche si ferma all’elemento perdita e non riesce più ad andare avanti: in questo caso tutte le energie della donna vanno nel pianto, nella bassa autostima. Tutto questo induce la depressione, e subito dopo gli stati ansiosi. Ma questa sensazione di vuoto ce l’hanno anche le altre mamme, per cui spesso arrivano “gravidanze sostitutive”. Cosa vuol dire? Che hai fatto una scelta, ti rendi conto che quella scelta ti sta causando un malessere, cerchi di ricompensare e ti fai mettere incinta subito dopo. Il problema è che ti ritrovi con lo stesso uomo nella stessa situazione.

E gli uomini come vivono il lutto, come accompagnano generalmente la compagna?

Foà: Esistono modalità diverse, a seconda anche dell’età del padre. A vent’anni non sono molto coinvolti dall’evento; quando l’uomo cresce e prende consapevolezza di cos’è la vita e di quello che hanno fatto, allora la situazione cambia.

Spesso all’uomo non viene detto della gravidanza, oppure è lui che spinge a finirla. L’uomo, dunque, se non è carnefice è assente. Oggi come oggi ci sono anche uomini che sono “vittime”: nel momento in cui non ti viene detto che c’è tuo figlio, allora non puoi scegliere. Ma ci sono anche i casi in cui il padre supplica la madre di tenere il figlio, e questa dice di no. Io ho avuto dei papà che hanno scelto di elaborare il proprio lutto che una volta facendo il cammino si rendono conto dell’atto che hanno provocato, capiscono che quello era un loro figlio che non c’è più. Questi soffrono degli stessi sintomi delle donne. Questa patologia, che è stata chiamata “sindrome post-aborto” vale per tutti: le caratteristiche principali sono depressione, stati ansiosi, incubi notturni, incapacità relazionali, chiusura in se stessi fino ad arrivare a pensieri ossessivi, pensieri suicidi. Ci sono degli studi fatti in Finlandia che partendo dai suicidi e risalendo alle cartelle mediche hanno visto che le ragazzine minorenni che avevano fatto un intervento poi nel giro di un anno si sono suicidate cinque volte di più delle altre che non l’avevano fatto.

Quando può iniziare l’elaborazione del lutto?

Foà: Io solitamente non prendo in cura persone prima di 6 mesi, che sono un tempo minimo per l’essere umano per cercare di elaborare qualche cosa di così traumatico. Non è che si può pretendere che una persona riesca a perdonare se stessa, o a lasciar andare l’evento in un secondo. Questo evento, se non l’hai elaborato, ti rimane dentro: dopo 30 anni uno dovrebbe essere in grado di aver fatto dei passi avanti, invece spesso non è così, soprattutto se non hai avuto la fortuna di incontrare un bravo padre spirituale, un bravo psicologo, qualcuno che ti ha aiutato ad andare oltre.

Qual è il metodo che utilizza?

Foà: Io ho elaborato un metodo che ho chiamato “metodo centrato sul bambino”. La particolarità è che ci occupiamo della relazione mamma-bambino: il bambino di fatto non c’è, non c’è mai stata una relazione, ma una madre non ce la può fare a lasciar andare il figlio che non conosce. Allora noi simbolicamente lo riumanizziamo. Prima di tutto, dandogli un nome. Quando si dà un nome già si identifica, maschio o femmina. E se lo identifichi, hai già delle immagini. Se non dai il nome, invece, blocchi tutto: non ha nome, quindi non ha un sesso, non ha un volto, e rimane “con-fuso” con la mamma. Infatti molte mamme che vengono da me mi dicono: “è morta una parte di me”. Il nostro lavoro consiste nel rendere il bambino un essere a se stante, cominciando a chiamarlo con il suo nome. Questo comincia ad aprirci la mente, e a vederlo. Poi il secondo compito che svolgeranno in questi giorni sarà quello di acquistare un oggetto, un gioco, una scarpina, un bavaglino ecc. Si tratta di un “oggetto transizionale”, cioè uno di quelli che il bambino porta sempre con sé e che fa da tramite tra lui e la mamma. Siccome questa è una fase che tutti noi, da bambini, abbiamo vissuto, l’oggetto che le mamme comprano stabilisce il rapporto col bambino: da una parte lo oggettiva, dall’altro ci riporta al livello inconscio ad un livello mamma-bambino. Con questo oggetto ci relazioneremo sapendo già che questo oggetto va seppellito. Per la prima volta così prendiamo coscienza che il bimbo è morto e che dobbiamo lasciarlo andare.

Don Roberto, che realtà ha incontrato in questa collaborazione?

Panizzo: Prima di tutto non l’ho cercata. L’occasione di condividere quest’esperienza con la dottoressa Foà è arrivata proprio grazie ad una conoscenza precedente tra di noi. Quando mi parlò dell’idea di fare una settimana di seminario a Medjugorje ci siamo prestati, sia come disponibilità logistica, sia anche come partecipazione. E devo dire che è stata un’esperienza estremamente positiva, perché mi rendo conto che le problematiche che portano molte donne a vivere l’aborto, hanno poi delle conseguenze nefaste, deleterie nel seguito della loro vita. E se queste non vengono affrontate e vengono sepolte, continuano a riemergere.

Quanto pesa l’esperienza dell’aborto in queste donne?

Panizzo: Penso che l’aborto sia una delle cose che tocca più in profondità l’essere umano, in particolare la donna. Per me è stato condividere un cammino, un prendere atto di questo evento, di elaborarlo alla luce della fede, e di portarlo a compimento. Sentivo un’intervista trasmessa su Rai 1 due tre giorni fa, in cui un pellegrino diceva: “La Madonna m’ha insegnato a dare un senso alla sofferenza”. Credo che sia proprio questo. La sofferenza rimane: il rammarico per una vita uccisa o anche di più vite, perché diverse donne vengono dopo esperienze multiple, non è un dolore “perso”. Per me è stata un’esperienza nuova, perché a parte qualche caso ascoltato in confessione era un mondo abbastanza nuovo rispetto alla nostra esperienza di evangelizzazione e di catechesi che svolgiamo. È stato un arricchimento molto grande, che continueremo a vivere se Dio ci darà la possibilità e se Benedetta Foà sarà contenta della nostra collaborazione.

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