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Se l'idea di proprietà viene messa in discussione

© alphaspirit/SHUTTERSTOCK

padre Paolo Benanti - Synderesis - pubblicato il 24/01/14

La tecnologia cloud dei servizi informatici mette a rischio certezze consolidate circa i diritti di possesso, ma questo vuol dire anche aprire all'arbitrio

I nostri beni ci definiscono. Eppure oggi la definizione di possesso si sta spostando, grazie ai servizi cloud che memorizzano alcuni elementi che ci stanno a cuore su server Internet distanti. Quando questi beni (elettronici) risiedono su un servizio video di Netflix, nella libreria Kindle di Amazon o appartengono a un servizio proveniente dall’Apple iCloud, diventano impossibili da distruggere o da perdere e più facili da organizzare. Inoltre l’accesso è fatto prima e più velocemente. Questo tipo di servizi inoltre sembra acquisire nuovi poteri su di noi, producendo una trasformazione dei poteri legati all’idea di possesso e proprietà che hanno caratterizzato il nostro pensiero, la nostra giurisprudenza e il nostro comportamento da secoli. Una prima conseguenza, per esempio, è quella di dare alle società che forniscono servizi cloud enormi quantità di controllo incondizionato su questi beni. In alcuni casi si è notato che questa delega ha portato a forme di abuso. Nonostante qualcuno auspicasse una rivoluzione con l’avvento della digitalizzazione, l’informatica di massa ha finora lasciato la natura fondamentale dei nostri beni intatti. Raccolte di contenuti hanno ornato gli scaffali e le pareti delle nostre case, scuole e biblioteche fin dal periodo dell’Illuminismo.

Quasi tutti noi (che abbiamo ormai abbastanza anni) abbiamo avuto raccolte di dischi in vinile negli anni ’70, videocassette negli anni ’80, CD negli anni ’90 e DVD all’avvento del nuovo millennio. La digitalizzazione ha semplicemente trasformato il nostro desiderio di raccogliere atomi (quelli che prima formavano la carta dei libri o il vinile dei dischi o la cellulosa dei videotape) in una serie di bit accuratamente accatastati a casa nell’hard disk del nostro computer. In questa epoca di streaming, però, il possesso di una collezione personale di contenuti è una incoerenza logica. I 200 film nella mia playlist di Netflix nel periodo che ho trascorso negli States formavano una lista dei desideri e non una collezione personale. Una volta visto un film, questo sparisce dalla playlist- il contrario di ciò che accadeva sul mio scaffale pieni di VHS, etc..

Personalizzare una raccolta di contenuti cloud-based è una pallida imitazione di ciò che il possesso fisico può offrire. Anche io ho più volte mostrato il mio account Kindle di Amazon sul mio iPad o sul mio smartphone Android, ma questo non riesce a rendere le informazioni fornite da uno sguardo a uno scaffale del mio studio o la pila di libri sul mio comodino. Non esisterà mai una copia consunta e con le orecchie dei miei possedimenti preferiti digitali (discorso diverso vale per le sottolineature e le scritte a margine di un testo ma non per le sbavature di colore o di evidenziatore sulle pagine…). Dissolvere la fisicità dei miei contenuti nel cloud è sicuramente conveniente. Questo al limite può anche renderci meno avidi e più inclini a condividere. Ma questa nuova forma di proprietà secondo me  preannuncia conseguenze più gravi rispetto alla perdita di alcune conversazioni. Uno è che i beni precedentemente inanimati possono ora parlare di te alle tue spalle. Guarda un film su Netflix, Amazon i iTunes Store e i server della società sanno chi sei e cosa guardi, quando guardi i film o i telefilm, dove lo stai guardando (più o meno), e anche quando mandi avanti o indietro con il fast-forward o il fast-rewind. La legge statunitense che mi è annunciata tutte le volte che faccio click su Accetta nelle condizioni e termini d’uso di questi servizi vieta il rendere pubblico i titoli dei film che una persona ha guardato, ma i fornitori di cloud possono fare praticamente ciò che vogliono con gli altri dati che collezionano.

Oggi i fornitori utilizzano (dicono loro) queste informazioni per migliorare il loro servizio e formulare suggerimenti, domani i dati potrebbero essere trasferiti a terzi. Apple,  per esempio, potrebbe combinare i propri dati commerciali con altre banche dati per dire il numero di uomini tra i 25 e i 30 anni che sta comprando la sua musica a New York in un determinato periodo o momento della giornata. Inoltre la musica collocata nel cloud storage di Google potrebbe plasmare, in base a quello che si ascolta, il flusso di pubblicità che si vede nel Web. La gestione degli elementi cloud produce effetti differenti praticamente da ogni altro oggetto sul pianeta: si generano nubi di dati che rimangono indissolubilmente legati alla loro produzione. Questo significa produrre nuovi beni che hanno poche somiglianze con quelli soggetti alla proprietà così come l’abbiamo concepita per centinaia di anni. La comprensione popolare di ciò che significa possedere qualcosa, che si tratti di un file digitale o di un oggetto fisico ha fino ad ora una tutela e una gestione ben definita dalla legge. Quando si acquista un libro non si ottengono i diritti sul testo, ma lo si può leggere, prestarlo a un amico e poi venderlo a un negozio di seconda mano, che può pubblicizzarlo e venderlo ancora una volta. Ma questa comprensione tacita di proprietà è inutile nel cloud. Basta considerare ciò che è accaduto nel luglio 2009 quando Amazon ha scoperto che aveva accidentalmente  distribuito gli e-book del1984 di George Orwell senza averne una legittima licenza: immediatamente ne ha elettronicamente cancellato il contenuto da ogni Kindle esistente. Winston Smith si sarebbe sentito a casa, ma le leggi della fisica, le proprietà fisiche e il diritto d’autore avrebbero reso una tale manovra triplamente impossibile con un libro tradizionale. Amazon non avrebbe mai potuto inviare degli agenti per condurre una ricerca casa per casa. Nel cloud ci sono regole dettate dai contratti e dai vincoli che il nostro fornitore costruisce nelle lunghe note legali che dobbiamo accettare per poter utilizzare i loro servizi. Alcuni aspetti di questi contratti sono necessari perché una società possa esistere e operare. Ma questi forniscono anche l’opportunità di porre condizioni complesse sui nostri beni. Sì, è possibile prestare gli e-book di Amazon ma solo per 14 giorni alla volta.

Puoi cancellare il tuo e-book, ma non è possibile darlo ad un amico quando hai finito di leggerlo. La casa editrice HarperCollins ha deciso che le biblioteche pubbliche possono prestare gli e-book solo 26 volte prima di dover acquistarne una nuova copia. Altri editori vietano completamente il prestito. Quanto successo con il testo di Orwell (e proprio con questo testo!!!) ad Amazon dimostra che i fornitori di cloud hanno un notevole potere per far rispettare tali regole. L’opzione di fondo in ogni contratto è la più semplice restrizione di tutte: eliminare l’account. Mentre quando si possedeva la propria collezione non si avevano rischi di perdere il bene perché si era in lite sulla fatturazione dei beni acquistati, né accadeva che una biblioteca potesse minacciare di cancellare le foto di famiglia perché non gli restituivi un libro, oggi tali scenari sono sempre più frequenti man mano che i servizi cloud si diffondono. Apple iCloud si prenderà cura di posta elettronica, libri, musica, foto scattate e documenti creati, i servizi clou di Google coprono un arco di servizi della stessa gamma e in più anche un servizio Facebook-like: Google +. Una lotta con un provider di cloud che controlla molti dei vostri beni digitale è un prospettiva molto preoccupante.

Paure scoraggianti che non fanno pensare (mi si passi il gioco di parole) che queste non sono nuvole passeggere e spensierate vengono anche dall’esterno del cloud. Un hacker potrebbe rubare o cancellare tutti i file, magari con l’aiuto di una debolezza di sistema come quella che per un breve periodo di tempo permetteva agli utenti di accedere agli account Dropbox altrui. Quando i bit e gli atomi che compongono i vostri beni sono al sicuro all’interno di casa vostra, le misure di sicurezza che contano sono le serrature sulle porte e sulle finestre e la vostra competenza. Quando la proprietà è in linea, un computer portatile in qualsiasi parte del mondo può rubare le tue cose! Tuttavia i servizi cloud, a mio avviso, non possono e non devono essere interrotti. Abbiamo molto da guadagnare dalla libertà che offrono (chi scrive ha affidato tutti i suoi lavori accademici a uno storage cloud). Vogliamo essere in grado di accedere al “nostro” contenuto o alle nostre creazioni da qualsiasi luogo, anche se i beni a cui si accede in questo modo non sono veramente nostri, dopo tutto. Noi vogliamo la pace della mente che viene dal sapere che se la nostra casa brucia o viene derubata, se il nostro computer casca in una vasca d’acqua non molti dei dati importanti e dei ricordi della nostra vita andranno persi. Inoltre molti limiti legali nei servizi cloud sono pro-consumatori e pro-libertà. Purtroppo, questi sono effettuati in un mercato largamente non regolamentato, in cui operano tanti fornitori di cloud. Se vogliamo il meglio di entrambi, cloud e e beni fisici, dobbiamo trovare un modo per riequilibrare la bilancia e riaffermare i nostri diritti.

Dobbiamo sviluppare leggi adeguate che anticipino gli eventi per fornire una correttagovernance del cloud e non rincorrere gli eventi. Guardando al mercato immobiliare i padroni di casa non possono buttare i beni dell’inquilino senza un giusto processo, e viceversa sono tutelati nell’affittare i propri immobili. Ai fornitori di cloud deve ugualmente essere vietato di eliminare i vostri dati a volontà e ci dovrebbe essere un processo legale per spostare i beni digitali a un’altra nuvola o farne la copia sul computer di casa. Allo stesso modo, abbiamo bisogno di leggi che obbligano i fornitori di cloud a rispettare la privacy dei consumatori. Un consumatore oggi non ha possibilità di negoziare le condizioni di servizio. Quando le leggi della fisica non possono più proteggere i consumatori e i cittadini come hanno fatto nell’era (ormai tramontata) della proprietà fisica, è obbligo della società di intervenire con delle leggi umane.

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