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Donne in Iraq: “Prigioniere della casa: analfabete, emarginate e povere”

© James Gordon

Alvaro Real - Aleteia Team - pubblicato il 21/01/14

La ONG Manos Unidas diffonde la testimonianza di Nisreen Khalid Dawood

In Iraq le donne sono le principali vittime delle condizioni di povertà, violenza e discriminazione che soffre il Paese. Il loro ruolo in una società spiccatamente maschilista si limita alla cura dei figli e della casa. La mancanza di formazione (la maggior parte delle donne è analfabeta) si riflette nell'educazione che trasmettono ai propri figli. C'è una differenza tra bambini e bambine e ci sono meno opportunità di studio per queste ultime, il che presuppone una proliferazione dei bambini lavoratori e il matrimonio precoce per le femmine.

La ONG Manos Unidas lavora in questo mese di gennaio per la libertà delle donne in Iraq e presenta la testimonianza di Nisreen Khalid Dawood, che ha dovuto fuggire con i suoi figli dopo l'assassinio del marito da parte di un gruppo terrorista che chiedeva denaro perché potessero mantenere il proprio negozio.

“Mi chiamo Nisreen Khalid Dawood e sono nata nel 1986 nella città di Telesquf. Dopo essermi sposata mi sono trasferita a Baghdad con mio marito. Vivevamo in un appartamento nel quartiere di Dorrah, dove mio marito gestiva un negozio di bibite. I nostri due figli andavano a scuola: il primo nella seconda classe e il piccolo alla scuola materna. La nostra vita era meravigliosa fino al giorno in cui abbiamo ricevuto una lettera di minacce da parte di un gruppo terrorista che ci chiedeva molto denaro per poter tenere il negozio. Per due mesi abbiamo pagato, ma un giorno, dieci minuti prima che mio marito aprisse il locale, ho sentito degli spari, una cosa normale nella nostra quotidianità. Questa volta, però, erano stati molto vicini.

Senza pensare ai miei figli, ho aperto la porta e sono scesa trovando mio marito che sanguinava a terra. Ho gridato, ma non ho ottenuto risposta. Poi ha aperto gli occhi e mi ha detto: 'Salvati e salva i bambini'. (…) Sono fuggita a Telesquf, dove ora vivo con i miei genitori e i miei figli.

Quando ho sentito parlare di Etana e dei corsi che impartisce gratuitamente, mi sono iscritta a quelli di sarta e parrucchiera. Ora ho un piccolo negozio di estetica che in realtà non è altro che una tavola con qualche prodotto di maquillage e una sedia. Alcuni parenti, inoltre, mi hanno prestato una macchina da cucire fino a che non potrò comprarmene una.

Voglio ringraziare Etana per questo lavoro con il quale posso mantenere i miei figli. Per ora il mio 'negozio' è una piccola stanza che uso come magazzino. Resterò qui fino a che non avrò risorse sufficienti per affittare un altro locale”.

Nella Piana di Ninive, l'organizzazione Etana, con il sostegno di Manos Unidas, si sforza per dare alle donne le opportunità che vengono loro negate dalla povertà, dalle mafie, dalla persecuzione religiosa e dalla società maschilista. Nisreen Khalid Dawood ringrazia per questo lavoro a Mosul, dove secondo Manos Unidas “convivono diverse religioni e un'elevata percentuale della popolazione non è né araba né musulmana, per cui nel corso degli anni la zona ha subito seri tagli ai servizi e le infrastrutture sono molto carenti”.

“Anche se l'articolo 14 della Costituzione esprime l'uguaglianza tra uomo e donna”, spiegano a Etana, “nella pratica non è così”. “Due donne fanno un uomo. La donna, ad esempio, riceve la metà dell'eredità”, aggiunge la ONG, commentando che gli uomini non credono all'uguaglianza perché “se le donne fossero uguali a loro gli uomini perderebbero molto, troppo”.

Per questo, le donne diventano “prigioniere della casa: analfabete, emarginate e povere”, anche quelle che devono emigrare a causa della guerra, che si trovano di fronte a una società repressiva in cui non possono agire con la stessa libertà che avevano in città come Baghdad, il che crea molti conflitti interni.

Con il passare degli anni, sono molti gli uomini che si avvicinano per conoscere le attività e si coinvolgono nelle discussioni. “E saranno ancor di più”, assicura Etana, “ma è molto difficile cambiare questi costumi tanto radicati”.

Tradotto dall'originale da Aleteia

Tags:
fondamentalismoiraq
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