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Suora mamma: i pettegolezzi lascino spazio alla lode per una nuova vita

© Imagine Sisters

Roberta Sciamplicotti - Aleteia Team - pubblicato il 20/01/14

La sottolineatura del bene dovrebbe avere sempre uno spazio maggiore di quella del male

In una società che spesso coglie ogni occasione, anche quelle minime o controverse, per criticare la Chiesa cattolica e i suoi membri, sarà sembrato un sogno sapere della suora salvadoregna che ha dato alla luce un bambino a Rieti.

Quale occasione più ghiotta, infatti, per sparare a zero ancora una volta contro il voto di castità dei consacrati, che questo episodio sembrerebbe mostrare come “contro natura” e quindi bisognoso di emendamento, e per insinuare il sospetto che la religione “altro non sia una gigantesca messa in scena condita di ipocrisia, un coacervo di perversioni”? (Il Sussidiario, 18 gennaio).

Dispiace che tutta la vicenda si sia ridotta a un cumulo di “maldicenze da ballatoio” – “chi sarà il padre? davvero non sapeva di essere incinta? cosa mormora la gente del paese? quali sono le battute più salaci che girano sul web?” – senza riuscire a vedere che la notizia “nasconde tra le sue pieghe un segnale di quello che, ancora una volta, si dimostra essere l’attenzione della Chiesa verso tutti i suoi figli e le sue figlie. Come sempre: giudizio chiaro sul peccato, ma grande accoglienza per il peccatore” (Tempi, 18 gennaio).

La Madre superiora dell'istituto a cui appartiene la religiosa, suor Erminia, ha infatti affermato che è vero che la suora “non ha saputo resistere alle tentazioni, ma non ha fatto male a nessuno”.

Monsignor Gianfranco Girotti, fino al 2012 reggente della Penitenzieria Apostolica, ha spiegato che la suora “verrà dimessa dall’istituto e dovrà farsi carico della prole che è nata”, perché “il fatto della gravidanza e della nascita del bambino la impegna a un nuovo stato di vita”, ma ciò non significa che nei confronti della suora ci sia una “scomunica”. Anzi, “i superiori dovranno aiutarla ad affrontare la situazione. Essendo anche straniera, trovandosi in un Paese non suo, non avrà altre possibilità di aiuto, quindi ci sarà sicuramente un sostegno da parte dell’istituto cui apparteneva”. “Pur deprecando l’episodio”, ha spiegato, “dal punto di vista evangelico deve prevalere sempre l’atteggiamento di aiuto. Questo dev’essere il primo sentimento, tanto più trovandoci di fronte a una vita che nasce”.

Anche il vescovo di Rieti, Delio Lucarelli, ha affermato che quando incontrerà la suora le dirà che “certamente c’è la mancata fedeltà a un voto, cioè a un impegno solenne”, cosa che provoca in lui “rammarico”, ma “va apprezzato il fatto che la gravidanza non si sia conclusa con l’aborto” e “va detto che una vita è sempre un dono del Signore”. “La diocesi si prenderà cura della donna, almeno per i primi tempi”, ha aggiunto, anche se si spera che l'aiuto sia più duraturo, perché non di rado capita di vedere “preti che hanno 'abbandonato' per debolezze umane dimenticati completamente dalla loro diocesi e che spesso hanno fatto davvero fatica a ritrovarsi anche e soprattutto come uomini” (Vino Nuovo, 19 gennaio).

La Chiesa, del resto, ha sempre insegnato che bisogna distinguere tra peccato, da deplorare, e peccatore, da accogliere con misericordia, tanto più che in questo caso è coinvolto un dono superiore, quello di una nuova vita. Per un cristiano “dovrebbe essere molto più rilevante questa attenzione al bimbo che è nato che non alla suora che lo ha partorito”, “perché la sottolineatura del bene, per noi, dovrebbe avere sempre uno spazio maggiore di quella del male”.

È comunque inevitabile che la vicenda susciti degli interrogativi. La Madre superiora e alcune consorelle hanno infatti dichiarato di non essersi mai accorte della gravidanza della suora. “Pur con tutte le attenuanti del caso (l'abito che copre molto, una comunicazione comunitaria fatta soprattutto su un livello mentale e spirituale, il 'non essere del mondo' del convento)”, ci si chiede se questo commento non sia “una profonda e tragica 'svista sull'umano' di questa suora da parte della sua comunità” e “come sono strutturati i percorsi di formazione vocazionali, soprattutto in rapporto alla dimensione umana di chi li percorre”. “Crediamo sia davvero possibile far crescere una vocazione di speciale consacrazione in una persona senza un'attenzione al suo mondo emozionale ed affettivo, alla cura del proprio corpo come dono di Dio?”

Come nel caso di altre deviazioni dalla “retta condotta” come quella dei sacerdoti pedofili, ad ogni modo, il problema non sta “nell'impianto dogmatico e morale del cattolicesimo”, perché “il problema affettivo è una questione dell'uomo, legata all'uomo”, e certe deviazioni dalla scelta di vita per cui si è optato sono “il prodotto culturale e antropologico della nostra epoca, non l'esito di una presunta castrazione operata dalla fede. È l'uomo che oggi su questo tema ha bisogno di essere educato, non la Chiesa che deve 'aggiornarsi'” (Il Sussidiario, 18 gennaio).

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