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“Lei”: l'amore ai tempi delle chimere

Anapurna Pictures

Aleteia Team - pubblicato il 20/01/14

E se la tecnologia potesse sostituire completamente le relazioni?

di Matthew Becklo

“Chi sei? Cosa puoi essere? Dove stai andando?”

Theodore Twombly si ferma, attratto dalla pubblicità del primo computer artificialmente intelligente. “Non è solo un sistema operativo”, promette la pubblicità. “È consapevolezza”.

Inizia così l'incursione di Theodore in una relazione con codice binario – e l'escursione unica del pubblico attraverso una “love story” inquietante.

Lei, l'ultimo film del regista di video musicali diventato autore Spike Jonze, ci porta nella Los Angeles di un futuro non troppo distante, in cui i videogiochi sono tutti in 3-D, un meccanismo simile a Siri occupa ogni orecchio e treni ad alta velocità sostituiscono il notorio traffico della metropoli. I pantaloni a vita alta sono apparentemente tornati sulla breccia, ma al di là di quello nulla sembra davvero troppo esagerato. Siamo nel 2034 – forse perfino nel 2024 –, e a onore di Jonze è misteriosamente credibile.

Theodore (un sorprendentemente sottomesso Joaquin Phoenix) è isolato ed emotivamente distaccato, pur scrivendo “Splendide Lettere Manoscritte” per persone troppo tormentate o distratte per scrivere le proprie. La gente del mondo di Jonze sembra infatti essere stata spinta in così tante direzioni digitali per tanto tempo da aver accettato la distrazione come struttura di base dell'esistenza.

Il malessere esplode però nel mondo di Jonze come nel nostro. Insonnia, appuntamenti audio con estranei, videogiochi che replicano i compiti domestici di una madre – tutto ciò porta a un certo anelito nei confronti del “vecchio modo” di entrare in contatto, di un modo di essere e di parlare che si basa sulla presenza, non su fantasie incorporee.

Theodore, intrappolato in un loop di malessere dilagante e relazioni autodistruttive, non è diverso, e decide che comprare un sistema di intelligenza artificiale sia un modo come un altro per essere “distratto per distrazione dalla distrazione”, per usare una definizione di T.S. Eliot.

Gradualmente, inizia a fare ciò che chiunque abbia visto il trailer pensa che avrebbe fatto (e probabilmente sperava che non avrebbe fatto): si innamora del suo sistema operativo. Samantha, a cui dà la voce Scarlett Johansson, sembra naturale come qualsiasi altra persona, e imita umorismo, rammarico, sensualità, spontaneità, crescita e l'intera panoplia delle emozioni e dei comportamenti umani.

Il fatto che Samantha non solo non sia una persona, ma non sia neanche realmente consapevole, tormenta Theodore – e noi. Come filosofi del calibro di John Searle e Hubert Dreyfus hanno a lungo sottolineato, infatti, non importa quanto efficacemente un computer replichi la consapevolezza obbedendo a certe regole, l'intero processo potrebbe facilmente bypassare la comprensione, come un uomo nascosto in una stanza potrebbe riuscire a seguire regole complesse per scrivere caratteri cinesi su pezzi di carta senza comprendere in realtà una parola di cinese (la famosa “argomentazione della stanza cinese” di Searle).

Jenze offre tutte i simboli del nuovo amore su un piatto d'argento: musica elegante, accessi di gelosia, risolini in pubblico. Ma alla fine della giornata, Samantha non è altro che una chimera, una magnifica illusione, e questo substrato kafkiano, quasi solipsistico scava le onde emotive che costituiscono il resto del film. Queste onde – onde in cui dovrebbe vivere qualcosa come il romanticismo – sembrano solo aumentare il malessere.

Joaquin Phoenix e Amy Adams recitano benissimo, entrambi estremamente distanti dai loro personaggi psicotici in “The Master”. E Spike Jonze ha realizzato un film solido con intuizioni meritevoli: sul modo in cui la tecnologia interessa le relazioni nell'era digitale; sull'assenza moderna di enfasi sulla personificazione; sul nostro senso di disconnessione in un'epoca di iperconnettività. Her può anche essere paragonato a “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, un film simile che dice tanto sull'amore attraverso la sua struttura bizzarra.

La storia di Jonze, però, sembra fare il contrario: si concentra sulla bizzarria dell'uomo attraverso una struttura romantica. “Con te sono sicuro e a un milione di miglia”, canta HAL 9000 – intendo Samantha – a Theodore. Potremmo essere tentati di sospirare e riflettere sui nostri amori, fino a quando ricordiamo che non c'è nessuno che sia realmente lì a cantare con lui. Theodore è con…Theodore. “Hai sempre voluto avere una moglie senza la sfida di far fronte a qualcosa di reale”, afferma la ex di Theodore in una scena. “Sono contenta che tu abbia trovato qualcuno. È perfetto”.

Anche se Lei è una storia originale in modo accattivante, e termina con una nota di speranza, non parla d'amore. Non è, infatti, un film sull'amore, ma più che altro la storia della sofferenza di non essere capaci di amare – uno stato che Dostoevskij ha definito una volta inferno.

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