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E' morto Claudio Abbado, credeva nella musica

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L'Osservatore Romano - pubblicato il 20/01/14

Il grande maestro di recente nominato Senatore a vita da Giorgio Napolitano aveva 80 anni, quasi tutti spesi nella musica e nell'educazione

di Marcello Filotei

Claudio Abbado credeva nella musica. È morto il 20 gennaio all’età di ottant’anni, e da quando ne aveva sette, arrampicato sul loggione della Scala per vedere i gesti del direttore d’orchestra Antonio Guarnieri, ha pensato che il suono fosse una specie di rivoluzione del sentimento. Non il sentimento delle favole, quello in cui siamo tutti migliori perché ascoltiamo Mozart, ma quello che ispira un atteggiamento dinamico, costruito sulla convinzione che l’arte può migliorare la nostra vita, anche sociale, e bisogna realizzare qualcosa qui e ora (lui forse non avrebbe detto hic et nunc perché amava farsi capire da tutti).

Per questo, mentre saliva e scendeva dai podi delle più prestigiose orchestre del mondo — non vale la pena fare i nomi, basta pensare alle migliori — non perdeva occasione per favorire carriere di giovani come Daniel Harding o Gustavo Dudamel e di favorire la nascita di gruppi giovanili.

Il modello da seguire, che ha sostenuto a lungo con il peso della sua immagine, era quello del Venezuela, che ha portato alla realizzazione del cosiddetto Sistema, un modello didattico musicale, ideato e promosso da José Antonio Abreu, che consiste appunto in un sistema di educazione musicale pubblica, diffusa e capillare, con accesso gratuito e libero per bambini e ragazzi di tutti i ceti sociali. I risultati sono sotto gli occhi di chi li vuole leggere: 125 orchestre e cori giovanili, 30 orchestre sinfoniche e 350.000 studenti in 180 nuclei operativi sul territorio nazionale. Ragazzi strappati alla criminalità e avviati su una strada di legalità attraverso l’arte, in qualche caso, come appunto Dudamel ma non solo, con esiti eclatanti. Una specie di sogno che si realizzava per Abbado, quello del suono che diventa concretezza, che incide sulla società.

Togliere il superfluo e arrivare all’essenza della partitura era il suo motto sul podio, e la stessa cosa cercava di fare nella vita. Via i titoli, guai a chiamarlo “maestro”, spazio all’essenza: la musica serve per vivere meglio. Però era italiano, non venezuelano. Così quando a Bologna ha plasmato l’Orchestra Mozart, fatta di giovani che in pochi anni hanno conquistato la ribalta internazionale, ha ricevuto molti elogi e poco sostegno concreto. Altrove a musicisti della sua levatura sono stati messi a disposizione mezzi ingenti per realizzare progetti ambiziosi. In Italia 
la Mozart ha appena sospeso le attività per mancanza di fondi.

Non era un santo, come quasi tutti. Come tutti aveva i suoi amici e le sue idee. Puntava su quello che conosceva bene. Con lui, senatore a vita da un anno, muore non solo un artista eccezionale, ma anche un uomo talmente moderno che la pensava come quelli del medioevo: l’arte deve avere un ruolo nella quotidianità. Del resto a quel tempo i musei non esistevano e solo dopo secoli si decise che le cose belle dovevano stare in un luogo separato dal volgo. E lui ha combattuto contro l’idea che le sale da concerto fossero luoghi avulsi dalla realtà. Per sintetizzare molto: se si esprime con profondità il senso di dolore e inadeguatezza distillato nella Sesta Sinfonia di Mahler, poi si potrebbe tentare di fare qualcosa per superarlo. Con la musica si può. Lui lo sapeva e ha provato a farlo.

Qui l’originale

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Lqqk0cfaA8Y%5D

Tags:
musica
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