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Nuovo impulso al dialogo tra ebrei e cattolici. Con l’amicizia di Francesco

© ServizioFotograficoOR/CPP
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La giornata del dialogo ebraico-cristiano è una grande opportunità di fraternità per le due comunità che vogliono glorificare insieme il Signore

di Norbert Hofmann* 

In occasione del 17 gennaio, giorno in cui la Chiesa in Italia, Polonia, Austria e Paesi Bassi celebra la Giornata dell’Ebraismo (in Svizzera questa giornata ha luogo la seconda domenica di quaresima) pare particolarmente opportuno riflettere sull’impegno di Papa Francesco a favore del dialogo ebraico-cattolico e sui suoi sviluppi negli ultimi tempi. Noteremo allora che l’interesse per questo dialogo dimostrato dal cardinale Jorge Mario Bergoglio nella sua città, Buenos Aires, prosegue linearmente a livello internazionale anche in Vaticano.
 

Quando, nel luglio 2004, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede, in collaborazione con l’International Jewish Committee on Interreligious Consultations (Ijcic), ha deciso di organizzare una conferenza a Buenos Aires, si è potuta avvalere dell’energico sostegno dell’arcivescovo locale, l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio. La riunione era stata voluta a Buenos Aires, poiché ebrei e cattolici intendevano collaborare insieme per aiutare in particolare i bambini poveri che avevano sofferto a causa della recessione economica di quel Paese. È stato possibile realizzare una considerevole raccolta di fondi attraverso donazioni internazionali, che sono state poi investite e distribuite dalla Caritas locale. Tra i progetti comuni, sono sorte, per esempio, mense per i poveri, gestite congiuntamente da rabbini ebrei e sacerdoti cattolici. In questo contesto, la conferenza del 2004 si è incentrata sul tema «Justice and Charity» nel quadro delle rispettive tradizioni. I partecipanti hanno visitato alcuni luoghi dove è stata attuata una collaborazione a livello sociale-caritativo. Già in tale occasione i membri del dialogo si erano resi conto degli intensi rapporti di amicizia esistenti tra la comunità ebraica e la Chiesa cattolica di Buenos Aires.
 
Senza dubbio, tali rapporti sono anche merito dell’allora arcivescovo della città, che è riuscito ad allacciare, al di là delle relazioni istituzionali, un’amicizia personale con rabbini e membri della comunità ebraica. Tra i suoi amici ebrei vi è il rabbino Abraham Skorka, rettore del seminario per rabbini latinoamericano di Buenos Aires, con il quale il cardinale Bergoglio ha partecipato a diversi dibattiti televisivi e ha pubblicato nel 2010 il libro Il cielo e la terra, basato su vari colloqui comuni su temi sociali, teologici e pastorali. Al rabbino Abraham Skorka, dietro suggerimento del cardinale Bergoglio, è stato conferito nel 2012 il dottorato honoris causa dall’Universidad Católica Argentina.
 
A livello istituzionale, il cardinale Bergoglio ha avuto contatti regolari con il Latin American Congress, con il cui segretario generale, Claudio Epelman, ha stretto negli anni una buona amicizia. Tanti sono stati gli incontri con rappresentanti ebraici e numerose anche le visite alle sinagoghe, dove ha tenuto prediche e ha partecipato a celebrazioni commemorative. Ricordiamo, per esempio, nel settembre 2007, la festa ebraica per il nuovo anno nella sinagoga B’nei Tikva o la celebrazione in commemorazione della Notte dei Cristalli organizzata insieme a rappresentanti del B’nei B’rith nella cattedrale di Buenos Aires nel novembre 2012. Il cardinale Bergoglio ha dimostrato grande solidarietà alla comunità ebraica di Buenos Aires quando una bomba fu fatta esplodere nel Centro della comunità nel 1994. Nell’undicesimo anniversario commemorativo di tale attentato, egli è stato tra i primi a firmare un documento che chiedeva giustizia per le vittime. In segno di sostegno e di incoraggiamento, il cardinale Bergoglio ha visitato nel 2010, insieme ai capi della comunità ebraica, il nuovo Centro ricostruito.
 
L’espressione “fratelli maggiori”, coniata da Papa Giovanni Paolo II nei confronti degli ebrei, è stata spesso usata anche dal cardinale Bergoglio, che negli ebrei vede realmente fratelli e sorelle con cui condividere il pellegrinaggio su questa terra, al cospetto di Dio.

Il giorno successivo all’elezione al soglio pontificio del cardinale Jorge Mario Bergoglio, la comunità ebraica di Roma riceveva una sua lettera, in cui egli ribadiva la ferma intenzione di promuovere il dialogo con gli ebrei: «Spero vivamente di poter contribuire al progresso che le relazioni tra ebrei e cattolici hanno conosciuto a partire dal concilio Vaticano II, in uno spirito di rinnovata collaborazione e al servizio di un mondo che possa essere sempre più in armonia con la volontà del Creatore». Così, fin dall’inizio, è stato chiaro che il nuovo Papa si sarebbe adoperato senza riserve per il dialogo ebraico-cattolico, per approfondire e intensificare i legami di amicizia già esistenti. Alcuni dei nostri interlocutori ebraici erano del parere che Benedetto XVI fosse l’ultimo Papa in grado di capire, per la sua biografia personale, la tragedia umana della Shoah e che, anche per questo, si fosse impegnato a favore del lavoro di riconciliazione con gli ebrei. Apparentemente, non avevano previsto che, dopo di lui, sarebbe stato eletto un Papa che, sulla base del documento conciliare Nostra aetate (n. 4), aveva già fortemente contribuito al dialogo ebraico-cattolico, fornendo a esso impulsi decisivi nell’America del Sud. Con particolare gioia la comunità ebraica ha dunque accolto l’elezione del cardinale Bergoglio; i tanti messaggi di felicitazioni lo testimoniano in maniera significativa.

Alla cerimonia di inaugurazione del pontificato di Papa Francesco, il 19 marzo 2013, era presente una delegazione di alti rappresentanti ebraici, tra cui amici venuti dagli Stati Uniti, da Israele e dall’Argentina. Naturalmente, vi era anche una delegazione della comunità ebraica di Roma, guidata dal rabbino capo Riccardo Di Segni. In seguito, sono pervenute al nuovo Pontefice numerose domande da parte di organizzazioni, gruppi e singoli individui, desiderosi di essere ricevuti in udienza. Tuttavia, poiché dal 1970 esiste un partner di dialogo ufficiale, ovvero il sopra citato Ijcic, è a una delegazione di questa organizzazione internazionale, impegnata nel dialogo interreligioso, che è stata data la priorità. Dell’Ijcic fanno parte organizzazioni ebraiche aventi sede principalmente negli Stati Uniti (dei 14 milioni di ebrei nel mondo, circa 5,5 milioni vivono negli Stati Uniti). Il 24 giugno 2013, Papa Francesco ha salutato in un’udienza privata i rappresentanti dell’Ijcic come “fratelli maggiori” e si è detto felice di accogliere in Vaticano, per la prima volta nel suo pontificato, una delegazione ufficiale ebraica. In tale occasione, egli ha ricordato l’importanza della dichiarazione conciliare Nostra aetate e l’impegno dei suoi predecessori nella promozione del dialogo, menzionando anche le sue esperienze personali nel dialogo ebraico-cattolico a Buenos Aires.

Infine, egli ha ribadito la necessità di una testimonianza comune di cristiani ed ebrei: «L’umanità ha bisogno della nostra comune testimonianza in favore del rispetto della dignità dell’uomo e della donna creati ad immagine e somiglianza di Dio, e in favore della pace che, primariamente, è un dono suo». Nel suo discorso, il Santo Padre ha inoltre fatto riferimento all’incontro organizzato dall’Ijcic e dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo tenutosi a Madrid dal 13 al 16 ottobre 2013. La conferenza si è concentrata sulle sfide che la religione deve affrontare nella società contemporanea («Challenges for Religion in Contemporary Society»), riflettendo sul patrimonio comune di ebrei e cristiani, sull’importanza dei diritti umani e della libertà di religione, sulle crescenti persecuzioni contro i cristiani e sul crescente antisemitismo. 


Regolari sono i contatti che Papa Francesco ha tuttora con i suoi amici ebrei in Argentina, i quali, anche tramite le loro visite al Santo Padre in Vaticano, continuano a testimoniare il permanere del legame di affetto e di amicizia sviluppatosi negli anni in cui il cardinale Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires. 
Anche a livello locale Papa Francesco ha manifestato fin dall’inizio l’intenzione di allacciare strette relazioni con la comunità ebraica di Roma. Il giorno stesso dell’inaugurazione del suo pontificato, egli comunicava personalmente al rabbino capo Di Segni il desiderio di incontrarlo presto insieme ai rappresentanti della sua comunità. Ciò è avvenuto l’11 ottobre 2013, cinque giorni prima del settantesimo anniversario commemorativo della deportazione degli ebrei di Roma ad Auschwitz-Birkenau. Questo tragico evento è stato menzionato dal Papa, che ha sottolineato l’importanza storica della comunità ebraica di Roma e le alterne vicende che hanno segnato la convivenza di ebrei e cattolici nella città. Ancora una volta Papa Francesco si è riferito agli sforzi che ha dedicato alla promozione del dialogo ebraico-cattolico nella sua città natale e, sulla base dei dieci comandamenti, ha ricordato quelle che sono le sfide comuni: «Spero di contribuire qui a Roma come Vescovo, a questa vicinanza e amicizia, così come ho avuto la grazia — perché e stata una grazia — di fare con la comunità di Buenos Aires. Tra le molte cose che ci possiamo accomunare, vi è la testimonianza alla verità delle dieci parole, al Decalogo, come solido fondamento e sorgente di vita anche per la nostra società, così disorientata da un pluralismo estremo delle scelte e degli orientamenti, e segnata da un relativismo che porta a non avere più punti di riferimento solidi e sicuri». In occasione della commemorazione della deportazione degli ebrei di Roma il 16 ottobre 2013, il Santo Padre ha inviato un messaggio in cui esprimeva alla comunità ebraica di Roma la sua vicinanza spirituale. 

Sempre nel mese di ottobre, Papa Francesco ha ricevuto una delegazione del Simon-Wiesenthal-Center, la cui sede principale si trova a Los Angeles. Questo istituto ha una grande importanza nel mondo ebraico per la lotta contro l’antisemitismo, il razzismo, l’intolleranza e la discriminazione delle minoranze in tutte le società. Nel suo discorso ai membri della delegazione, il Papa si è espresso ancora una volta contro l’antisemitismo e ha ricordato al contempo anche le persecuzioni contro i cristiani che costituiscono una minoranza in diversi Paesi: «Ho avuto modo di ribadire più volte (…) la condanna della Chiesa per ogni forma di antisemitismo. Oggi vorrei sottolineare come il problema dell’intolleranza debba essere affrontato nel suo insieme: là dove una minoranza qualsiasi è perseguitata ed emarginata a motivo delle sue convinzioni religiose o etniche, il bene di tutta una società è in pericolo e tutti dobbiamo sentirci coinvolti. Penso con particolare dolore alle sofferenze, all’emarginazione e alle autentiche persecuzioni che non pochi cristiani stanno subendo in diversi Paesi del mondo. Uniamo le nostre forze per favorire una cultura dell’incontro, del rispetto, della comprensione e del perdono reciproci». E questo è ciò che certamente ebrei e cristiani possono fare insieme: promuovere una cultura del dialogo, della reciproca comprensione e del perdono. In tal modo, entrambe le comunità possono diventare insieme una benedizione per l’umanità. Il dialogo con l’ebraismo va dunque intensificato, portato avanti con convinzione, slancio, gioia e fantasia. I nostri interlocutori ebrei guardano naturalmente con grande interesse e con grandi aspettative a questo pontificato, e in particolare alla visita che presto Papa Francesco effettuerà in Terra Santa per fornire anche là nuovi impulsi al dialogo con i nostri “fratelli maggiori”.

*Segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo

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