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Israele non dovrebbe trattare come minaccia i richiedenti asilo

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Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 17/01/14

Padre David Neuhaus: «Dovremmo trattare i rifugiati come esseri umani anziché etichettarli a priori come criminali».

«Dovremmo trattare i rifugiati come esseri umani anziché etichettarli a priori come criminali». Padre David Neuhaus, vicario del patriarcato latino per i cattolici di lingua ebraica e responsabile per la pastorale dei migranti in Israele, commenta così ad Aiuto alla Chiesa che Soffre la politica israeliana in materia di richiedenti asilo. «Molti politici e media locali descrivono i rifugiati come degli infiltrati. Non si dovrebbero usare parole tanto dure per delle persone costrette a fuggire per salvare la propria vita».

Ricordando il messaggio di papa Francesco per la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – che si celebra domenica 19 gennaio – padre Neuhaus sottolinea come i richiedenti asilo dovrebbero esser considerati «un dono e non una minaccia». Purtroppo non è così in Israele, dove nel 2012 il parlamento ha approvato un provvedimento, l’Anti-Infiltration Act, che permetteva al governo di detenere fino a tre anni tutti gli immigrati irregolari, inclusi i richiedenti asilo, prima di espellerli dal paese. Lo scorso dicembre la Knesset ha ridotto il periodo di detenzione a un anno e contemporaneamente il primo gruppo di richiedenti asilo – circa 480 persone provenienti da diversi stati dell’Africa – è stato trasferito in una struttura nel deserto del Negev. Di fatto una prigione da cui durante la notte non può uscire nessuno e dove i migranti sono obbligati a presentarsi ai controlli tre volte al giorno.

Nelle ultime settimane migliaia di persone hanno protestato in piazza a Tel Aviv e di fronte al parlamento a Gerusalemme, e non è mancata neanche la reazione dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Israele è tra i paesi firmatari della Convenzione di Ginevra che proibisce di applicare sanzioni contro i richiedenti asilo, sebbene immigrati illegalmente.
«Il governo israeliano – dichiara padre Neuhaus – avrebbe la possibilità di distinguere tra rifugiati e migranti in cerca di lavoro. Ma ciò non accade: i richiedenti asilo sono spesso trattati come tutti gli altri, senza che nessuno verifichi se hanno effettivamente diritto allo status di rifugiati». Peraltro, prosegue il religioso, pochissime richieste vengono approvate e soltanto dopo lunghe attese.

Attualmente in Israele i richiedenti asilo sono circa 53mila, in maggior parte giunti da Eritrea e Sudan. Oltre 40mila di loro sono cristiani, perlopiù ortodossi. «La quasi totalità dei rifugiati avrebbe preferito chiedere asilo in Europa – spiega padre Neuhaus – ma le frontiere dell’Unione sono chiuse ai rifugiati provenienti dall’Africa. Nel frattempo anche Israele ha costruito una barriera che in pratica impedisce ai rifugiati di entrare nel paese».

Aiuto alla Chiesa che Soffre sostiene da diversi anni la pastorale dei migranti in Israele.
Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2012 ha raccolto oltre 90 milioni di euro nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.604 progetti in 140 nazioni.

Tags:
gerusalemmeisraele
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