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Abbiamo ridotto il cristianesimo a un insieme di dottrine

lexamoris
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Parla il responsabile in Spagna di Comunione e Liberazione, Ignacio Carbajosa: dobbiamo uscire dal nostro imborghesimento

Economista, docente di Antico Testamento all'Università San Damaso e sacerdote, Ignacio Carbajosa, responsabile di Comunione e Liberazione (CL) in Spagna, sottolinea che papa Francesco “è un'iniziativa dello Spirito Santo che ci tira fuori dal nostro imborghesimento, dai nostri schemi, come faceva Gesù con i discepoli”, e “ci aiuta a comprendere che la legge della vita è la carità”.

Come responsabile di Comunione e Liberazione in Spagna, qual è la prima cosa che la sorprende del pontificato di papa Francesco?

La prima sorpresa sono state le sue parole iniziali, quando ha fatto pregare tutti dalla loggia di Piazza San Pietro. Con i suoi gesti “fa capitare” il cristianesimo. Si muove come se fosse l'apostolo Pietro arrivato di recente a Roma dalla Palestina, con la novità dell'inizio.

Nella Chiesa ci sono quanti sospettano della sua insistenza sulle questioni sociali al di sopra degli aspetti dottrinali. Alla base di queste posizioni c'è la paura della perdita del protagonismo dottrinale, e quindi del potere, a cui allude il pontefice?

Rivolgendosi ai suoi allievi, Benedetto XVI diceva che non possediamo la verità, ma è la verità che ci possiede. I discepoli di Gesù non possedevano una verità; avevano di fronte a sé un uomo che li possedeva, perché erano attratti da Lui. La nostra natura debole tende a ridurre la verità cristiana alle dottrine e ai dogmi che, in modo giusto, si sono stabiliti con il tempo. Abbiamo ridotto il cristianesimo a un insieme di dottrine e non a qualcosa di vivo, e per questo smette di sorprenderci. Per fortuna, questa riduzione non è all'altezza del nostro cuore, che desidera una relazione viva. Una posizione che si cristallizza in dottrine e teorie, e che non è davanti a una presenza viva, in genere è violenta, deve difendersi o degenera in relazioni di potere.

Nell'esortazione Evangelii Gaudium, il papa dedica un intero capitolo alla “Dimensione sociale dell'evangelizzazione”, ad esempio per quanto riguarda il fatto di assumere l'opzione preferenziale per i poveri, che non è dedicare occasionalmente del tempo alla carità. Cosa ne pensa?

L'espressione “opzione preferenziale per i poveri” sconcerta e scandalizza. Sembra sproporzionata. È la stessa impressione che avevano coloro che ascoltavano Gesù descrivere l'amore del Padre attraverso la parabola della pecorella smarrita. Visto che siamo abituati ad ascoltarla, assentiamo, ma se ci pensiamo freddamente come possiamo lasciare le altre 99 e andare dietro a quella perduta? Potremmo perdere moltissime pecore! Gesù ci dice che il Padre ha un'opzione preferenziale per i bisognosi. In realtà è l'unico con capacità di preferire tutti e ciascuno di noi, bisognosi. A noi risulta impossibile. (…) Nella nostra società siamo circondati da bisognosi di qualsiasi tipo. Il papa ci sta aiutando a comprendere che la vita ha una legge che si chiama amore o carità. Se è una legge, quindi, non è una cosa che si esercita una volta tanto, ma fa parte della natura umana e non solo del cristiano. Per questa legge, e nella misura in cui mi dono, crescono la mia fede e la mia umanità. Il fatto che la Chiesa recuperi questa verità, si apra con gesti ad essa, è un bene per tutti noi e per quei poveri.

Nel capitolo finale dell'esortazione, il papa sottolinea che “non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore”.

Questi due atteggiamenti sono sempre una tentazione in noi e nelle realtà ecclesiali, e sono due modi di ridurre il cristianesimo: una cosa che posso controllare (un'attività) o una devozione (regolata) con una serie di precetti da compiere. È una cosa vecchia come il Vangelo! Come vincevano i discepoli queste due tentazioni? Vivendo con Gesù. (…).

Nell'ultimo capitolo, “Evangelizzatori con spirito”, il papa sottolinea che “la Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera”, perché senza questo “facilmente i compiti si svuotano di significato, (…) e il fervore si spegne”.

In questa esortazione, il papa ci dice che – come per i discepoli – l'unica cosa che ci soddisfa è che Cristo sia reale e che io mi lasci toccare da qualcosa che è al di fuori di me. Francesco dice di essere molto preoccupato per il tipo di assistenza che diamo ai poveri nelle istituzioni cattoliche, perché i poveri hanno un senso religioso a fior di pelle (…) e non basta loro ricevere un pezzo di pane: hanno bisogno dell'abbraccio, di qualcuno che dica loro “la tua vita è importante, è un bene che tu viva”. Questo i poveri lo comprendono perfettamente (…).

Il Santo Padre ci scuote per spingerci a evangelizzare e raggiungere così la gioia, ma in fondo non ci fidiamo del fatto che dare tutto ci colmerà di pienezza. Qual è la sua esperienza in questo senso?

“Esperienza” è una parola decisiva che il papa usa varie volte. Abbiamo bisogno di fare esperienza del fatto che è un bene uscire da sé e iniziare a seguire Cristo, una presenza reale che ho davanti. Nel cammino che compio all'interno della Chiesa, con i miei fratelli cristiani, mi interessa che mi contraddicano, che mi correggano, anche se posso arrabbiarmi (…), come faceva Gesù con i discepoli. Questo mi aiuta a non chiudermi nei miei schemi, nel mio carattere o nelle mie idee. Per questo, questo papa è aria nuova, perché ci aiuta a capirlo quando allude al fatto di preferire una Chiesa accidentata a una chiusa. Apriamo le porte perché Gesù sta chiamando! Ciò comporta dei rischi – è normale avere paura – ma mi conviene verificare nella mia esperienza che uscendo da me stesso, dalle mie sicurezze, quello che trovo è di una tale novità, potenza e capacità di cambiamento che dico: questo mi interessa!

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