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“Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”

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Migranti
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Si celebra domenica 19 gennaio la 100^ Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

Era il 1914 quando Papa Benedetto XV scrisse a tutti i vescovi italiani invitandoli a celebrare in ogni parrocchia una Giornata di preghiera e di solidarietà per i migranti. Il prossimo 19 gennaio si celebrerà la 100^ Giornata mondiale del migrante e del rifugiato per la quale Papa Francesco ha scelto il tema “Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”. Oggi la mobilità riguarda 250 milioni di persone nel mondo, una massa di uomini e donne che forma quasi un “sesto continente”, come è stato definito. Un anniversario che non celebra un “successo”, come commenta per Aleteia mons. Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana.

Il dramma dei migranti e dei rifugiati sembra intatto anche a cento anni di distanza: è così?

Perego: Cent'anni fa Benedetto XV istituì la giornata perché lo scoppio della prima guerra mondiale aveva creato molti profughi, soprattutto con l'espulsione di numerosi lavoratori italiani. Cent'anni dopo non una, ma 23 guerre sono in atto e creano milioni di nuovi rifugiati e profughi. Oltre 42 mila soltanto nel 2013 sono arrivati sulle coste siciliane dalla Siria, dall'Etiopia, dall'Egitto, e 10 mila sono sbarcati a Lampedusa. Cambiano i tempi ma non i problemi. Nel frattempo è cresciuto il magistero della Chiesa che nel messaggio di ogni anno prova a dare una provocazione forte per prima ai cristiani, ma in genere a tutti gli uomini di buona volontà sul grave problema di persone che cercano rifugio lontano dalla propria terra.

Nella presentazione della Giornata del 19 gennaio, avete denunciato in particolare i tagli alla cooperazione e lo sfruttamento lavorativo dei migranti…

Perego: E' Papa Francesco ad aver richiamato per primo questi problemi nel Messaggio per la giornata parlando di tratta e di lavoro “schiavo” e della necessità della cooperazione internazionale per tutelare e promuovere la persona umana. Ma mentre c'è questo richiamo forte e realista ad affermare il diritto delle persone a non dover partire dal proprio Paese in cerca di lavoro e di un futuro migliore, molti degli stati più ricchi tagliano i fondi per la cooperazione. Anche in Italia avviene questo con il contributo di quelle stesse forze politiche che sostengono che non si può aprire all'accoglienza il nostro territorio ma bisogna “aiutare i migranti a casa loro”. La Chiesa ha dimostrato in questi anni di aver messo a disposizione della cooperazione molte risorse: nel 2000 sono state le parrocchie italiane a permettere la remissione del debito della Guinea Conakry e dello Zambia. Spesso la politica, però, affronta questi temi solo in modo ideologico.

E per quanto riguarda lo sfruttamento lavorativo?

Perego: Lo sfruttamento degli immigrati sul lavoro è un tema che riguarda la qualità stessa della nostra democrazia. Non possiamo dimenticare ciò che è accaduto a Rosarno e non possiamo tacere riguardo al fatto che molti immigrati percepiscono il 40% in meno del salario degli altri operai, lavorano 12 ore al giorno e non hanno diritto al riposo festivo. E di lavoro muoiono anche: sono oltre 100 mila gli incidenti ogni anno e a questi, secondo l'Inail, occorre sommare anche una parte dei 164 mila “incidenti invisibili”, che riguardano cioè sia italiani che stranieri impiegati in nero. Occorre richiamare l'attenzione della politica sul fatto che la crisi economica non può giustificare gravi violazioni dei diritti dei lavoratori.

L'Italia non dovrebbe avere una sensibilità maggiore su questi temi tenendo conto della sua storia di emigrazione che, stando al Rapporto sugli italiani nel mondo di Migrantes, non è ancora finita?

Perego: L'attenzione alla nostra storia di Paese di emigranti non dovrebbe venir mai meno per due motivi. Il primo è proprio che si tratta di una storia che non è finita. L'anno scorso per la prima volta il numero degli italiani che sono emigrati è stato superiore a quello degli italiani che sono rientrati: non succedeva dalla metà degli anni '70. Con oltre il 41% di disoccupazione i giovani si mettono in movimento e non sono più quelli della Sicilia ma quelli della Lombardia e del Veneto.

E il secondo?

Perego: L'attenzione alla nostra storia di emigrazione deve farci pensare che le battaglie fatte per uguali salari, ricongiungimento familiare, diritto di voto non possono essere dimenticate rispetto agli immigrati in Italia. Bisogna che godano degli stessi diritti e insieme dobbiamo far approvare una legge diversa sulla cittadinanza che riconosca lo ius soli così che 650 mila bambini nati in Italia diventino nuovi italiani. La partecipazione, non l'esclusione, aiuterà lo sviluppo democratico del nostro Paese. Tutti temi che devono essere prioritari nell'agenda politica insieme al rilascio di permessi di soggiorno che consentano di lavorare e vivere dignitosamente in Italia eliminando la condizione di clandestinità che alimenta l'illegalità.

Si tratta di un problema solo politico?

Perego: E' un problema prima di tutto culturale. Per questo Papa Francesco ci esorta a passare dalla cultura dello “scarto” a quella dell'inclusione che non è un'utopia, ma un modo diverso di leggere la vita delle persone. E ci invita a cambiare l'alfabeto stesso dell'immigrazione: dal rifiuto alla solidarietà e all’accoglienza, dalla discriminazione ai gesti fraterni e di comprensione, dallo sfruttamento alla tutela. Un cammino che deve cominciare proprio dalle comunità cristiane e da ognuno di noi.

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