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La sofferenza. Un bene o un male per l’uomo?

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Dimensione Speranza - pubblicato il 16/01/14

2. Non è un castigo

In secondo luogo, la sofferenza non è un castigo, come comunemente la gente pensa. Il Vangelo lo dice esplicitamente. Gesù, parlando un giorno delle persone schiacciate dalla torre di Siloe crollata durante i lavori, commentò così quel fatto doloroso: «quei 18, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete voi che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico» (Lc 13, 4s). E un'altra volta che i discepoli, riferendosi al cieco nato da lui guarito, gli chiesero: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché egli nascesse cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 2s.).

Tuttavia la prova decisiva che la sofferenza non è un castigo, viene dal fatto che Gesù, l'innocente, volendo essere in tutto come uno di noi, non ha rifiutato di sperimentare la sofferenza e la morte. Così facendo, ci ha insegnato che il male non è un castigo, ma è un passaggio necessario verso la vita in Dio che ci attende e che non finirà mai più, né sarà più soggetta al dolore e alla morte, quando «Dio sarà tutto in tutti». Anche le nostre sofferenze, come quelle della Passione e della Croce di Cristo, non sono fine a se stesse, ma acquistano il loro pieno significato nella luce della risurrezione.

Alla vigilia della Passione e morte di Cristo alcuni greci, pagani e non appartenenti al popolo eletto, salirono a Gerusalemme per le feste pasquali e chiesero all'apostolo Filippo: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Speravano di vederlo in piena forma, compiere quei grandi miracoli di cui avevano sentito parlare. Gesù fa rispondere che sì lo vedranno, non però glorioso ma turbato e sofferente, nel momento più drammatico della sua vita, quando egli stesso – pur essendo Dio – avrebbe mostrato tutti i limiti della natura umana che aveva voluto assumere per spiegarci il vero senso della sofferenza: «È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'Uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se in vece muore, produce molto frutto. […] Ora l'anima mia è turbata » (Gv 12, 23 s).

Eppure, nonostante tutte le apparenze contrarie, «Dio non abbandona mai i suoi figli», come ha detto Giovanni Paolo II di fronte al dramma dello tsunami devastante dell'Oceano Indiano del 26 dicembre 2004. Dio non abbandona mai la creazione a se stessa, ma – per dire così – ne dirige il lavoro di completamento servendosi della responsabilità e dell'intelligenza dell'uomo. Essendo noi concreatori, siamo chiamati perciò a impegnarci con tutti i mezzi a nostra disposizione per prevenire e possibilmente evitare le catastrofi naturali, le malattie e le limitazioni della natura, anche se siamo coscienti che non riusciremo mai a vincerle tutte.

Ancora una volta, dall'incontro tra la ragione umana e la fede è possibile comprendere che la sofferenza non è un castigo: «Ogni sofferenza umana, ogni dolore, ogni infermità racchiude una promessa di salvezza, una promessa di gioia – scrive Giovanni Paolo II -. Ciò vale per ogni sofferenza provocata dal male; vale anche per quell'enorme male sociale e politico che oggi divide e sconvolge il mondo: il male delle guerre, dell'oppressione degli individui e dei popoli; il male dell'ingiustizia sociale, della dignità umana calpestata, della discriminazione razziale e religiosa; il male della violenza, del terrorismo, della corsa alle armi – tutto questo male esiste nel mondo anche per risvegliare in noi l'amore che è dono di sé nel servizio generoso e disinteressato a chi è visitato dalla sofferenza» (3).

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malesofferenza

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