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L’eutanasia infantile? Un autogol

© DR
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L'introduzione dei parametri degli adulti nell'applicazione dell'eutanasia su minori è un errore anche per chi è favorevole

Appare sull’ultimo numero di Micromega, in piena campagna di vari massmedia a favore dell’eutanasia, uno scritto del dottore olandese Eduard Verhagen. Come si sa, Verhagen è uno dei principali estensori del protocollo di Groningen, che ha aperto all’eutanasia infantile in Olanda, contrastato da molti. A contrastare il protocollo di Groningen non furono solo coloro i pro-life, ma anche i neurochirurghi olandesi che curano i bambini con spina bifida, che si stupivano come uno dei casi esemplari su cui applicare la «dolce morte» fosse proprio questa malattia che loro curavano spesso con successo. Nel 2009 sul Journal of perinatal medicine studiosi americani spiegavano che il protocollo di Groningen «è non necessario clinicamente, è non scientifico e non etico». E a stupirsi sono oggi i neonatologi belgi Serge Vanden Eijnden e Dana Martinovici che, pur non contrari all’eutanasia, criticavano Il Protocollo sul numero di giugno di Clinical ethics .
«Una delle principali pecche del Protocollo – scrivono – è aver trasposto la nozione di sofferenza insopportabile dall’adulto al neonato. Ma la maggioranza dei neonati di cui stiamo parlando non percepiscono dolore.
Soffrono? Vogliono morire? Il buon senso di qualsiasi osservatore risponderebbe no. E gli studi sulla qualità della vita non sempre confermano che le più gravi disabilità sono associate con il maggior dolore».

I due autori mettono in dubbio che i medici siano sempre in grado di prendere oggettivamente le decisioni sul fine vita così come non lo sono i genitori, stretti tra stress e conflitto di interessi. Eutanasia infantile: ulteriore passo in un sentiero scosceso o finalmente emersione delle contraddizioni eutanasiche? In realtà parlare di eutanasia in caso di bambini fa venire molti nodi al pettine: può un minore dare un consenso alla propria morte; può valutare realisticamente il proprio futuro? Nel caso del bambino la risposta è no; e per l’adulto? Già: l’eutanasia – anche quella degli adulti – è davvero una richiesta libera o ha altre cause esterne alla libertà del soggetto, in particolare la scarsezza colpevole delle cure palliative, antidolorifiche e antidepressive?

Colpisce positivamente che proprio Umberto Veronesi, che non fa mistero di un suo appoggio all’eutanasia, intervistato da Oggi dichiari: «Sono convinto che con adeguate cure palliative nessuno chiederebbe l’eutanasia». Ma allora perché non chiediamo più cure per tutti? Insomma, tirare l’eutanasia infantile dentro il dibattito sul fine-vita è un autogol da parte di chi supporta l’eutanasia perché a ben pensarci, i dubbi sulla libertà della decisione e sul dolore insopportabile (che invece non trova una risposta in terapie serie) sono poi i dubbi che viene da farsi anche quando un adulto chiede di morire.
Prevenzione e compagnia: sappiamo quanto lavoro ancora aspetti i ricercatori e i medici in questi delicati campi, quanto siano costosi e impegnativi per le risorse pubbliche e quanto persone non in fin di vita ma sostanzialmente ’stanche della vita’ siano tra i fruitori dei servizi di suicidio assistito e eutanasia. Il ruolo di uno Stato dovrebbe essere prevenire, lenire e curare: la strada dell’eutanasia ci sembra invece una brutta scorciatoia pilatesca. Le proposte di eutanasia per chi non può esprimersi come i bambini sono come un cartello che involontariamente ma utilmente indica il gran limite della eutanasia legalizzata.

Qui l’articolo originale

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