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La svolta della Nostra Aetate nel dialogo tra cristiani ed ebrei

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Il Centro di Studi Giudaici 'Cardinal Bea' celebra i cinquant'anni della dichiarazione conciliare sui rapporti con le religioni non cristiane

Cinquant’anni fa veniva pubblicata tra i testi del Concilio Vaticano II la dichiarazione Nostra Aetate sul rapporto con le religioni non cristiane. L’importante anniversario invita a una riflessione su come si siano trasformate e approfondite, in particolare, le relazioni tra cattolicesimo ed ebraismo. A questo proposito il Centro ‘Cardinal Bea’ per gli Studi Giudaici (intitolato a uno dei protagonisti di questo dialogo e del testo conciliare) della Pontificia Università Gregoriana propone un ciclo di conferenze che sarà aperto il 16 gennaio dall’intervento del rabbino e scrittore Abraham Skorka, amico personale di Papa Francesco. Sul cammino compiuto in questi cinquant’anni di dialogo tra i cattolici e i loro “fratelli maggiori”, come li definì Giovanni Paolo II, Aleteia ha parlato con p. Philipp Renczes, direttore del Centro ‘Cardinal Bea’.

Tra ebraismo e cristianesimo esiste una relazione speciale, non assimilabile a quella con altre religioni. Come si può raccontare il cammino svolto dopo la pubblicazione della Nostra Aetate?

Renczes: Quella tra ebraismo e cristianesimo è una relazione intima che si basa sul fatto che Cristo è nato e morto come ebreo. Ed è una relazione di carattere complesso perché per ognuno non è facile comprendere la propria identità nei confronti dell’altro. Per questo i primi secoli del cristianesimo sono stati segnati dalla volontà di marcare una distinzione, se non una vera separazione. La Nostra Aetate in questo senso rappresenta una svolta perché la Chiesa ufficiale ha riconosciuto le proprie radici e il carattere particolare della relazione con l’ebraismo. Ha rappresentato una tale novità rispetto alla tradizione della Chiesa che la Nostra Aetate non ha potuto far riferimento a nessun altro testo precedente, come è avvenuto invece per qualsiasi documento del Concilio Vaticano II. Tanta novità aveva bisogno di essere diffusa a livello globale: i 50 anni trascorsi dalla pubblicazione della dichiarazione si può dire siano stati dedicati alla trasmissione di questa nuova visione che la Chiesa ha prima di tutto di se stessa in relazione all’ebraismo e quindi anche nel rapporto con gli ebrei. Ci sono stati sforzi rilevanti da parte di conferenze episcopali e chiese locali per implementare la conoscenza del contenuto, in particolare, del IV capitolo della Nostra Aetate che è quello dedicato all’ebraismo.

Oggi in che fase siamo del dialogo tra Chiesa cattolica ed ebraismo?

Renczes: Con Benedetto XVI è iniziata una fase di approfondimento teologico per andare oltre delle questioni lasciate necessariamente in sospeso allora dalla Nostra Aetate come la conciliazione della salvezza universale in Gesù Cristo con l’Alleanza mai revocata con il popolo ebraico, su come esprimere cioè due verità senza che l’affermazione dell’una vada a scapito dell’altra. In altre parole significa esprimere bene la novità di Gesù Cristo nell’orizzonte della non rottura con la tradizione ebraica precedente, ciò che Gesù esprime nel Vangelo affermando che non è venuto a spazzare via la legge ma per darle compimento. Compimento non è solo ripetizione ma novità. Tale approfondimento teologico si colloca nella scia del grandissimo impulso dato al dialogo tra cattolici ed ebrei da Giovanni Paolo II tramite i rapporti di amicizia personale, l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Israele, la visita in Terra Santa nel 2000, tutti gesti che hanno fatto compiere un salto di qualità nei rapporti tra Chiesa cattolica ed ebraismo che anche dopo la NostraAetate erano caratterizzati da rispetto ma non andavano oltre la reciproca cortesia. Giovanni Paolo II ha portato in questo rapporto il calore dell’amicizia e della fiducia. Durante il suo pontificato, inoltre, la Pontificia Commissione biblica ha prodotto due documenti importanti sul significato della Shoah e sull’Antico Testamento nel quale si vede la mano dell’allora cardinale Ratzinger, sempre presente alle riunioni della Commissione, con l’intuizione che poi riprenderà da Papa. La visione abituale, cioè, del Nuovo Testamento come successione dell’Antico, che è vera, va allargata alla considerazione che anche gli ebrei all’epoca della distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme – quindi quasi in parallelo con la nascita del cristianesimo – hanno dovuto rifondare l’ebraismo essendo venuti meno sia il Tempio che l’antico sacerdozio. E’ più corretto, quindi, vedere il Nuovo Testamento in relazione alla tradizione rabbinica che sviluppa una interpretazione nuova dell’Antico Testamento. Da una parte il Nuovo Testamento legge l’Antico alla luce di Gesù Cristo e dall’altra la tradizione rabbinica rilegge la continuità con l’Alleanza senza Tempio e senza sacerdozio.

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