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Il mondo arabo a occhi aperti

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Le rivoluzioni degli ultimi anni nel mondo arabo costringono a rivedere la politica internazionale con nuovi occhi

È il 17 dicembre 2010: Mohamed (Tarek) Bouazizi, venditore ambulante tunisino, si dà fuoco per protestare contro l’ennesima confisca del suo banco di frutta da parte della polizia, morendo due settimane più tardi: un fatto di cronaca locale che scatena conseguenze del tutto impreviste. Non si può dimenticare lo stupore non solo dell’opinione pubblica occidentale, ma anche degli esperti di politica internazionale, di fronte alle manifestazioni e alle proteste che hanno acceso Paesi a noi vicini, e altri che forse fatichiamo a localizzare su un planisfero: Tunisia, Egitto, Libia, e poi Bahrein, Iran, Mauritania, Gibuti, Siria, Giordania, Oman. Scriveva a caldo la giornalista Marta Dassù (
La Stampa, 31 gennaio 2011): «La crisi dell’Egitto è, per i politologi, l’equivalente di ciò che il crollo di Lehman Brothers è stato per gli economisti». Un paragone non solo ad effetto ma anche pertinente, perché aiuta a percepire immediatamente che le rivolte del mondo arabo non sono solo fenomeni locali, ma anche «pezzi» di un puzzle globale.

 
Oggi per il mondo arabo come allora per Lehman Brothers e ancor prima con la caduta del Muro di Berlino e dei regimi dell’Europa orientale, vediamo venir meno convinzioni ritenute intoccabili e indiscutibili su come procede il mondo. Ben prima dell’autunno 2008, alcuni (pochi) analisti avevano segnalato i rischi di un uso sconsiderato dei derivati finanziari, eppure si dava per scontato che la crescita fosse destinata a proseguire in eterno. Allo stesso modo, era noto che nel mondo arabo non mancassero i problemi: dittatori in carica da decenni sostenuti da sistemi repressivi di polizia, aumento del costo della vita e in particolare dei prodotti alimentari, disoccupazione a tassi altissimi tra i giovani ma non solo. Eppure si continuava a pensare che sarebbero rimasti al potere per sempre. Quando la realtà smentisce le nostre convinzioni, siamo tenuti a chiederci che cosa ci ha impedito di vedere e di capire.
 
1. Reazioni a caldo
 
Più forte della preoccupazione di capire che cosa succede veramente, lo sguardo sugli eventi è stato prevalentemente guidato con timore dall’analisi dei suoi effetti sul nostro Paese. Siamo invece invitati a mettere in discussione i nostri modi immediati di reagire – in parte inevitabili e comprensibili – che rapportano ingenuamente e ciecamente tutto a noi e costituiscono prospettive che oscurano più che illuminare: le paure, il calcolo degli interessi, ma anche le categorie di comprensione occidentali che nascono dalla cristallizzazione della nostre precedenti esperienze di crisi sociali quali il ’68, la caduta del Muro di Berlino, il crollo delle Torri gemelle a New York.
La paura è senz’altro quella dell’immigrazione, non più «controllata» dai «gendarmi» a cui l’avevamo affidata: suggestionati anche all’enfasi mediatica, rischiamo di limitarci a leggere gli eventi in corso sulla base del numero dei barconi in viaggio o pronti a lasciare le coste libiche. Secondo i dati forniti dal ministro dell’Interno Maroni il 3 marzo scorso, ci sono tra le 100 e le 200mila persone in fuga dalla guerra e dall’instabilità dell’Africa settentrionale, ma gli spostamenti più importanti, anche se quasi ignorati dai nostri media, non sono certo quelli verso l’Italia o l’Europa. Senza voler minimizzare irresponsabilmente i problemi, ci sembra che mettere in primo piano (o in prima pagina) la preoccupazione di assistere allo sbarco nel nostro Paese di «orde» di rifugiati, profughi o immigrati testimoni solo la ristrettezza di vedute di chi se ne fa condizionare. Le conseguenze delle rivolte del mondo arabo saranno poi ben altre e più profonde.

 
Gli interessi in pericolo sono prevalentemente di tipo economico, evidenti in misura esponenziale nel caso della Libia: «Prezzi delle materie prime in salita, rialzo del costo del denaro e crisi nordafricana – dice Cesare Fumagalli, segretario generale della Confartigianato – potrebbero mettere a repentaglio le prospettive di rilancio del nostro sistema produttivo» (PARENTI C., «L’effetto Libia limita la ripresa», in
Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2011). Nel giro di pochissimi giorni la crisi libica ha dato il via a un aumento incontrollato delle quotazioni del petrolio, anche se dal Paese nordafricano proviene non più del 2% della produzione mondiale. Il rincaro del greggio fa intravedere il pericolo di un’ondata inflazionistica e di un conseguente aumento dei tassi d’interesse, che si somma ai danni derivanti dall’interruzione del commercio tra Italia e Libia, che nei primi 9 mesi del 2010 aveva assorbito tra 2 e 3 miliardi di esportazioni italiane.

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