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Il fanatismo animalista contro la ricerca

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La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 10/01/14

La scienza medica ha bisogno dei test su cavie a meno che non si vogliano provare sostanze sconosciute sugli esseri umani

di Tommaso Scandroglio

Qualche mese or sono è stata approvata in Italia la legge delega, ma si attendono i decreti attuativi, sulla normativa che recepisce la direttiva europea 2010/63/EU sulla sperimentazione animale e che la rende ancor più restrittiva: non vieta la sperimentazione ma le cavie dovranno stare in un hotel a 5 stelle. Due aspetti curiosi di questa direttiva. Il primo: particolari cure devono essere prestate a cani, gatti e scimmie. Perché solo per questi animali e non altri? Nella direttiva UE si legge: a motivo dell’ “alto grado di interesse nell’opinione pubblica”. Per fortuna che i topi ci fanno ancora schifo.

Seconda curiosità presente nel testo: “È opportuno che la presente direttiva [che tutela le cavie dal laboratorio] includa anche forme fetali di mammiferi poiché è scientificamente dimostrato che nell’ultimo terzo del periodo del loro sviluppo vi sono maggiori rischi che tali forme provino dolore, sofferenza e angoscia”. Peccato che simile normativa e tale sensibilità non interressi anche quegli animali appartenenti alla specie dell’homo sapiens sapiens quando vengono abortiti nell’ultimo trimestre e non viene fatta loro nemmeno l’anestesia, dato che anche per loro è stato scientificamente provato che provano dolore.

Dalla legge ai fatti. Nella notte dell’Epifania sono comparsi in zona Stazione centrale a Milano alcuni manifesti che bollavano coloro che per fini di ricerca fanno test scientifici sugli animali come “assassini” e “vivisettori”. Nei manifesti c’era la foto dell’ “animalicida”, la sua fedina penale (cioè quanti animali aveva ucciso o “torturato”) e tutti gli estremi per rintracciarlo: nome, cognome, indirizzo e numero di telefono. Infine un invito: telefonagli «dire al boia ciò che pensi di lui». Nel mirino quattro docenti universitari di Milano.

La Nuova Bussola ha deciso di chiedere un parere su quanto accaduto in quel di Milano e sulla cosiddetta “vivisezione” ad un ricercatore scientifico che lavora per una importante azienda farmaceutica e che come tecnico di laboratorio ha praticato test su cavie animali per dodici anni. Siamo costretti a coprire con l’anonimato sia il nome del ricercatore che quello dell’industria per evitare ritorsioni personali e danni all’azienda.

Cosa pensa di queste intimidazioni?
Già il fatto di intimidire e non di discutere apertamente, evidenzia che gli argomenti di chi si professa “antivivisezionista” sono deboli, con l’aggravante di usare in alcuni casi anche la violenza nei confronti di chi, scienziati e studenti, sta impiegando le proprie energie e la propria vita per studiare e curare malattie, molte delle quali mortali o invalidanti, che colpiscono non solo adulti ma anche bambini.

È corretto adoperare l’espressione "vivisezione"?
No. Vivisezione significa sezionare un organismo vivo. Probabilmente è vero per la botanica, ma nell’ambito della sperimentazione sugli animali esistono precise norme che hanno il fine di evitare agli animali inutili sofferenze, sia per motivi etici sia perché il dolore, dal punto di vista fisiologico, può alterare i risultati sperimentali.

La sperimentazione sugli animali è necessaria?
Dove è ancora praticata è indispensabile se non obbligatoria. Per avere il permesso di somministrare un nuovo farmaco sull’uomo, è obbligatorio presentare una documentazione attestante la non tossicità dello stesso su alcune specie animali. O vogliamo provarlo alla cieca su qualche volontario? Per alcuni studi è ancora indispensabile, perché non ancora sostituibile con altre tecniche, come le colture cellulari.

Ma un topo cosa può avere in comune con l’uomo?

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Tags:
ricerca scientificasalute
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