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Giaccardi: “La tecnologia, facile capro espiatorio per i nostri fallimenti relazionali”

Chiara Giaccardi commenta disconnect

@DR

Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 09/01/14

L’uscita in Italia di Disconnect, nuovo atto di accusa del cinema verso il mondo digitale, ci impone in realtà una riflessione sulle nostre responsabilità di adulti e di educatori

Non esiste un grande rapporto tra cinema e nuove tecnologie. Ad esempio, rare sono le volte che la rappresentazione del mondo di internet e dei social media in particolare non si sia tinta sul grande schermo di tonalità apocalittiche o comunque negative. In questo senso Disconnect, l’opera di Henry Alex Rubin che attraverso una serie di storie di disgregazione interpersonale dovuta ai vari aspetti della rete invita a “disconnettersi” per ritrovare l’autenticità dei rapporti, è solo l’ultimo caso. Un caso, però, che farà molto discutere. Aleteia ha deciso di anticipare i tempi, e di chiedere a Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e antropologia dei media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il suo parere sul “disfattismo” con cui spesso i film raccontano il mondo del digitale.

Il cinema tende ad essere molto critico nei confronti del mondo del web e, paradossalmente se vogliamo dal momento che ne è imbevuto, del mondo digitale. Secondo lei qual è la ragione?

Giaccardi: Io credo che ciò avvenga per due ragioni fondamentali. Una è la semplificazione: è sempre molto facile semplificare le questioni se le si radicalizza, e quindi una rappresentazione totalmente negativa è più chiara ed immediata. Ma soprattutto la ragione principale è che il cinema dà voce alle ansie sociali, e questa è sicuramente un’ansia sociale. Questi due motivi insieme producono un effetto che secondo me non aiuta a vivere meglio nell’era digitale. Non ho visto Disconnect, ma ne ho letto la trama e mi sembra la questione sia come al solito impostata in termini quantitativi: cioè, chi rimane troppo connesso è patologico e quindi è disconnesso dalle relazioni reali. Questa è un’immagine prima di tutto semplificata; in secondo luogo, generazionale, perché incarna la reazione degli adulti che o non conoscono il web e i social network, o li usano male loro stessi, perché la percentuale di adulti su Facebook è molto aumentata, spesso per il bisogno di crearsi un second self. E poi la questione più radicale è l’assolutizzazione di una delle dimensioni della contemporaneità, che è quella digitale, e quindi la traduzione deterministica dell’impatto di questa variabile. Ma in realtà quella contemporanea è un’era molto più complessa, dove il digitale è certamente una componente, ma poi è ad esempio un’era globale, dove abbiamo il Papa che viene dall’altra parte del mondo. E questo ha avuto un impatto fortissimo: la globalizzazione non è meno importante della digitalizzazione, eppure non se ne parla più perché è diventato un elemento scontato. E così dovrebbe essere per il digitale: è inutile continuare a ripetere: il digitale ci fa male, ci dobbiamo disconnettere e disintossicare, come se fosse una questione quantitativa. La questione è qualitativa: non come limitare i danni, ma come vivere bene nell’era del digitale, del globale, del multiculturale, e così via.

Dunque c’è un errore d’impostazione nell’affrontare questo problema?

Giaccardi: Senz’altro. Io credo che in realtà la questione fondamentale che non si vuole affrontare sia quella dell’individualismo. È chiaro che l’individualismo estremo, dove l’Altro è uno strumento, un ostacolo o qualcuno da temere in quanto Altro trova dei punti di sfogo o di fuga. Ma la questione non è nel digitale o nel terrestre, la questione è nell’impostazione culturale. È l’individualismo il pericolo: prima del web, prima del fatto che ciascuno a tavola messaggia o whattsappa con altri che sono lontani c’era il guardare la televisione o il leggere il giornale invece che parlarsi. Tutto questo dunque non è la causa, semmai è il sintomo di una difficoltà di relazione. Quindi non è disconnettendosi, come si indica con la metafora un po’ sempliciotta del digital detox il bisogno di ritagliarsi degli spazi di vita autentici, come se la vita faccia a faccia fosse autentica e l’altra inautentica. Questi dualismi sono un po’ ingenui e naif, volutamente ipersemplificati. È più comodo trovare in questi luoghi il capro espiatorio di una serie di questioni che invece non si vuole affrontare diversamente, tipo quella di un individualismo estremo, della cultura dei diritti, della difficoltà della relazione con l’altro. Si parla di disconnessione facile, ma perché nella vita non siamo in grado di tollerare l’impegno nella relazione, della cura, di tutto ciò che ci coinvolge e ci chiede del tempo. Dunque questo è solo il sintomo di un problema culturale molto più vasto, ed è quello che va affrontato. Insomma, l’aspirina toglie il mal di testa ma non guarisce la malattia.

L’esplosione del digitale ha creato una frattura generazionale tra coloro che ci sono nati dentro e quelli che invece ci si sono dovuti adattare, come avvenne negli anni Settanta con la televisione?

Giaccardi: In realtà è generazionale quel modo di trattare il web, del cinema o della stampa. Questo modo, cioè, un po’ apocalittico, un po’ preoccupato della perdita dell’autenticità, della perdita della realtà, dell’indebolimento dei legami, è generazionale. I ragazzi sanno benissimo che senza Facebook le loro relazioni sarebbero molto più faticose e difficili. È generazionale questo modo di inquadrare la questione del ruolo sociale del web. Però è anche vero che l’introduzione di ogni nuovo medium, o di ogni nuovo ambiente mediale, è sempre accolto da una resistenza che vede soprattutto l’elemento negativo. Accadde così per la televisione, ma anche per la stampa: pensiamo a McLuhan che ha scritto La galassia Gutenberg ricordando come la nascita della stampa avesse creato tutta una serie di problemi relativi alla trasmissione del sapere, ecc. Ogni medium produce una resistenza nell’ambiente precedente, ma innesca anche un meccanismo di riequilibrio ecologico, perché tutti gli altri media si riconfigurano in qualche modo.

Non vede nell’enorme quantità di tempo che i ragazzi anche preadolescenti passano su supporti digitali un rischio per la crescita individuale?

Giaccardi: Certo, c’è un problema di quantità. Ma la stessa cosa era per la televisione. Quando i bambini sono piazzati davanti alla televisione da quando si svegliano a quando vanno al letto è la stessa cosa. C’è un’incapacità comunque da parte degli adulti o di chiunque abbia un ruolo educativo di impegnarsi in una relazione che è assolutamente faticosa, costosa, impegnativa, ma senza la quale tu consegni il bambino al divertimento più facilmente disponibile. È chiaro che questo ha degli effetti, ma gli effetti non dipendono dall’intrattenimento disponibile, ma dal fatto che si consegna il bambino. Come quei genitori che partono per la gita scolastica gli mettono il videogioco nella cartella, sono cose che ho visto. Sono i genitori che non si interrogano sul significato delle cose che fanno: non si può incolpare la tecnologia, il dispositivo. È come se noi non avessimo nessun controllo sul significato del dispositivo. È preoccupante che un bambino passi tutto il tempo su un videogioco, ma perché quello che è preoccupante è quello che produce questa situazione. Io sono un po’ esausta di questo voler usare la tecnologia come capro espiatorio per non interr
ogarci anche sui fallimenti della nostra idea di libertà, di relazione. In realtà il problema sta a monte.

Conosce esempi di film che tentano uno sguardo più approfondito sulle nuove tecnologie?

Giaccardi: Secondo me il cinema è un linguaggio potentissimo. McLuhan diceva che è un medium caldo perché veramente ti prende in una maniera in cui la televisione non può fare. È veramente un linguaggio archetipico in qualche modo, che spesso viene usato male. Tuttavia, un film come The Social Network, per quanto posso dire non avendo visto Disconnect, è più onesto nel senso che alla fine l’inventore di Facebook sta davanti allo schermo e non riesce a fare in modo che tutta la sua competenza produca l’effetto relazionale che lui vorrebbe, cioè che questa ragazza corrisponda al suo amore. Quindi alla fine è rimandato al soggetto, cioè, il tecnologico non produce l’antropologico, e nessuna estrema capacità tecnica può produrre un effetto relazionale se non c’è la libertà, la responsabilità, la volontà, l’impegno. Quindi in realtà non è dualista l’interpretazione che emerge da quel film, e si vede anche l’impotenza del “supernerd” che non è in grado di far sì che la sua competenza produca l’effetto che vuole. Questo è un segno di grande onestà, secondo me: in questo caso il cinema ha fatto un servizio nella comprensione di ciò che è e soprattutto di ciò che non è il social network.

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