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Corsi prematrimoniali full immersion: un weekend può bastare?

Corsi prematrimoniali full immersion

© Philippe Lissac / Godong

Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 08/01/14

Si diffondono nelle diocesi nuovi modelli di corso intensivo per giovani coppie in attesa di scambiarsi il fatidico “si”, ma la CEI frena: “può essere rischioso”

È sufficiente dare un’occhiata alle offerte che si trovano in rete per rendersi conto della popolarità che questi nuovi format di corsi prematrimoniali, spesso limitati alla durata di un solo fine settimana passato insieme ad altre coppie ed alla guida spirituale, stanno acquisendo. I motivi sono facilmente immaginabili: un impegno serale settimanale, specie in un periodo colmo di impegni lavorativi e appesantito dall’allestimento dell’evento matrimoniale, può risultare faticoso per i giovani, che spesso si trovano a rinunciarvi oppure a viverlo con superficialità. Eppure la soluzione di racchiudere e sviluppare le tematiche del corso nei tre giorni di un weekend non convince del tutto la Conferenza Episcopale Italiana, che sta diffondendo nelle diocesi un documento che sembra andare in una direzione diversa.

Per approfondire un argomento così attuale, noi di Aleteia abbiamo ascoltato padre Paolo Maiello, parroco di San Gregorio VII a Roma, che organizza con successo corsi full immersion addirittura dal 1999, e una sua parrocchiana, l’avvocato Emanuela Refe, che ha seguito con entusiasmo uno di questi corsi. Infine, per conoscere la posizione della CEI su questo genere di iniziative, abbiamo raggiunto don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia.

Come è nata l’idea di questi corsi?

Maiello: Io sono stato parroco per la prima volta a Latina. Avevo 33 anni e uno dei primi compiti che mi sono trovato a svolgere era la preparazione dei corsi prematrimoniali. E così, come tutti, mi sono informato, abbiamo messo su una piccola equipe e abbiamo cominciato ad organizzare dei corsi, che tra l’altro erano abbastanza frequentati. Facendo dei corsi “classici”, con 10-12 incontri settimanali, mi sono reso conto che era difficile stabilire con le coppie una sinergia, fare esperienza di comunità cristiana. Ne abbiamo dibattuto anche con altri fratelli parroci. Il problema è che tante coppie vengono da lontano, nel senso che dopo la cresima di solito non hanno più frequentato la chiesa; dobbiamo pensare che le nostre coppie non sono più i ventenni di ieri, l’età media è di 30-33 anni, sono professionisti, molti viaggiano all’estero. In quei corsi mi sono reso conto che tante volte mancava il fidanzato o la fidanzata, era difficile tenerli per un’ora e mezza. Allora con gli altri parroci ci siamo detti: perché non prendiamo queste coppie, ce le portiamo tre giorni con noi, e gli facciamo fare un’esperienza di Dio e di Chiesa forte, che possa aprire il loro cuore. Un corso non deve tanto inculcare concetti dottrinali, ma serve ad incontrare Cristo risorto in un’esperienza che sia anche di riconciliazione con la Chiesa. Provammo una volta, un incontro di tre giorni al quale si iscrissero dieci coppie. Furono queste prime coppie a darci la forza, perché fu un’esperienza fortissima: si partì il venerdì pomeriggio e si ritornò la domenica sera, se si fa il conto delle ore passate insieme si vede bene che erano il doppio di quelle di un corso normale. Ed in quelle ore si fa tutto, 2 lavori di gruppo, le prime provocazioni “perché ci si sposa in chiesa?”, si riflette sul matrimonio nella Bibbia, poi sul dialogo nella coppia, di paternità e maternità responsabile, del Sacramento, poi c’è la celebrazione eucaristica della domenica, fatta dopo due giorni di cammino forte. Quello che emerge dalle verifiche alla fine del corso, che tanti preti dovrebbero venire ad ascoltare, è che le coppie sentono di aver fatto un’esperienza di Chiesa. Coppie di adulti, di professionisti, diventano come bambini toccati nel cuore. Tanti lo dicono: “io dopo tanti anni ho sentito Dio nella mia vita”. Si sentono accolti, non giudicati. Si paga una quota, certo, ma solo per il dormire, il mangiare ed il bere. Quello che rimane lo impieghiamo sempre per l’adozione di un bambino. Le coppie sul sito dei corsi ricevono notizie sul bambino e le bambine che abbiamo adottato.

E cosa rimane dopo questi corsi?

Maiello: Dopo questi corsi, a S. Gregorio VII ma anche dove ero prima, io organizzo un incontro con le coppie una volta al mese. E sono tante le coppie dei corsi che tornano, anche a Messa. Dopo rimane tanto, è un po’ sterile pensare che tutto si concluda nei tre giorni del corso. L’aspetto burocratico del diploma alla fine è del tutto secondario. Le coppie dopo continuano a frequentarsi, ma prima serve quell’esperienza forte di cui abbiamo parlato, che cambia il rapporto con Dio e con la Chiesa. Mi sembra, umilmente, che quest’idea rispecchi la pastorale di Papa Francesco: prima c’è l’uomo, e bisogna portare l’uomo a Dio. Poi, una volta che quest’uomo Dio lo ha riscoperto, allora ha senso comunicargli dei contenuti. Quante coppie hanno fatto corsi “normali” e non hanno mai più frequentato? Allora conviene permettergli di fare un’esperienza di comunità cristiana, dove riscoprano il proprio Battesimo. A settembre ho festeggiato il cinquantesimo corso, e ai corsi finora hanno partecipato 980 coppie che oggi sono una grande famiglia. Alla fine di ogni corso, infatti, nasce un gruppo, che si mantiene unito anche attraverso i social media. E tra molte coppie nascono amicizie molto profonde, in cui si può parlare liberamente di “Gesù”.

Questa modalità di corso consente di costruire una comunità, ancor prima di ricevere semplicemente e passivamente un insegnamento?

Maiello: Certo, comunità che poi noi seguiamo. Ovunque sono stato ho istituto sempre un consultorio familiare per i momenti di lutto o di difficoltà della coppia. Al corso io dico sempre una cosa: “è importante che voi impariate a chiedere aiuto, perché non esiste l’autosufficienza”. E loro lo fanno, le coppie vengono accompagnate sempre dopo il matrimonio. Non bisogna mai tradire quello che hai promesso.

A quando risale l’esperienza, tua e di Massimo? Perché hai deciso di seguire questo formato di corso?

Refe: La nostra esperienza risale a circa due anni fa. Noi coppie abbiamo deciso di farlo perché era sicuramente un corso più breve che ci permetteva di evitare tutti quegli incontri settimanali, fatti la sera quando si è stanchi dopo il lavoro e diventa tutto più duro e difficile. L’approccio un po’ per tutti è stato quello di dire “andiamo, facciamo questo weekend, ci togliamo il pensiero”. Lo vedevamo tutti come un peso che ci volevamo togliere. In realtà siamo rimasti tutti “fregati” nello stesso modo.

Perché, cosa è successo?

Refe: È successo che sono bastati pochi attimi per capire che in realtà stavamo cominciando a vivere una tra le esperienze più belle della vita. Non la voglio paragonare al matrimonio o a una nascita di un figlio, ma è un’esperienza che ha cambiato parecchie vite. Nel nostro caso in particolare, io avevo un tipo di educazione familiare vicina alla Chiesa, mentre mio marito era più lontano da questo mondo. Per noi poter vivere quel fine settimana, dal quale è nata un’amicizia profonda con padre Paolo, è stato il regalo più bello del matrimonio, che va al di là di piatti, bicchieri e soldi. Perché è stato l’inizio di un viaggio, che oggi ci accompagna anche nei momenti di maggiore sconforto nel matrimonio e nella vita. È come se hai una marcia in più, anche perché siamo rimasti molto amici con diverse coppie. È grazie a Padre Paolo che abbiamo aperto il cuore al Signore, che vediamo il Signore nella vita di tutti i giorni. Oggi vogliamo andare a messa anche per incontrare le coppie con cui abbiamo esperienze comuni che ci hanno portato a parlare lo stesso linguaggio. Se oggi sull’altare padre Paolo dice qualcosa, ad esempio, noi torniamo indietro nel tempo e ripensiamo a tutte le esperienze di quei giorni, vissute molto velocemente come in una full immersion di emozioni, in cui passavamo dalle lacrime ai sorrisi, dai balli ai canti. Per giorni canticchi le canzoni imparate lì, e non ti nascondo che ancora ci ritroviamo a fare lo stesso a casa. Sono momenti in cui ti confronti con te stesso, con il tuo compagno, con le altre coppie e con il Signore.

Qual è lo scopo di un corso prematrimoniale oggi e, secondo lei, questo formato lo compie pienamente?

Gentili: Prima di tutto c’è da dire che la Chiesa ha grande attenzione negli ultimi decenni per il fidanzamento e per l’accompagnamento delle giovani coppie, per cui stanno nascendo delle esperienze molto belle ed interessanti. In modo particolare in Italia si è realizzato un documento che è uscito il 9 novembre 2012, intitolato “Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia”, dove la Conferenza Episcopale Italiana, in particolare la Commissione Episcopale che cura la famiglia, ha dato delle indicazioni su come accompagnare i fidanzati, sia nella preparazione del matrimonio che nei primi anni della vita insieme, che sono spesso di particolare difficoltà. Ecco, in tutto questo, va detto che l’indicazione più emergente è stata quella di un cammino più graduale e continuo di riscoperta dell’amore, come dice la Familiaris Consortio, e quindi di un tempo adeguato di preparazione: più volte nel documento si dice “almeno un anno prima”, rispetto al momento in cui i fidanzati si presentano per parlare del giorno delle nozze. Da questo punto di vista, dunque, appare un po’ a rischio la proposta di un solo weekend, perché riduce un cammino che andrebbe assimilato nel tempo ad una quantità molto ristretta di ore passate insieme. Ma soprattutto manca la possibilità, per chi è molto lontano dalla fede come spesso capita a chi si avvicina al matrimonio, di assimilare la riscoperta della fede, che non si improvvisa. Le indicazioni nel documento sono di vivere almeno dodici incontri distesi nel tempo, proprio per tentare di costruire delle basi solide di quel legame sponsale. La questione vera è che noi come Chiesa italiana siamo fortemente preoccupati dei nuovi dati delle separazioni che stanno aumentando sempre di più.

Da un punto di vista burocratico i parroci hanno una certa libertà nell’organizzazione dei corsi?

Gentili: Beh, l’indicazione del documento è molto chiara sul discorso di un’attenzione particolare di tutta la comunità cristiana, di un lavoro di equipe con i sacerdoti e le coppie di sposi, della durata di circa 12 incontri, che è stata discussa in sede di preparazione del documento. È l’idea di un cammino adeguato ad una scelta che è per tutta la vita, e soprattutto che mira ad andare contro la tentazione di restringersi nella sfera privata. Oggi sembra che molti affetti siano rinchiusi nella sfera privata, mentre il matrimonio è un atto pubblico, sia quello civile che quello religioso nel sacramento.

Eppure, a chi segue il corso breve viene comunque rilasciato un diploma?

Gentili: Noi stiamo presentando questo documento a tutte le diocesi, e le diocesi stanno facendo un lavoro al loro interno di revisione dei percorsi. E diciamo che gradualmente i percorsi che non sono soddisfacenti come qualità e durata vengono un po’ accantonati. La questione vera è, infatti, che cosa segue a quel weekend. Se quel weekend è un’esperienza intensa che però è ristretta nel tempo, e non ha altre tappe successive, quella coppia rischia di vivere un isolamento, specie se non ha una comunità di sostegno intorno, come capita il più delle volte, un isolamento che anticipa una possibile crisi che può portare alla separazione. Se avviene una crisi, come è normale in un rapporto di coppia, se hai solide relazioni intorno, ecclesiali e amicali, questa può anche rafforzare il legame; ma se vivi nell’isolamento il matrimonio naufraga. Ciò detto, le esperienze del weekend sono molto positive. Ci sono diocesi in cui si fanno tre weekend consecutivi, per fare un esempio, e sicuramente rispetto agli incontri serali c’è un’intimità che si viene a creare tra i partecipanti, ma anche una vera condivisione sulle questioni della vita e sui legami di fede che è davvero affascinante. Ma si parla di tre weekend consecutivi: poter dire che in un weekend si risolva una preparazione ad una scelta che è per tutta la vita è azzardato. La questione è dare fondamenta solide alle case che noi offriamo, il rischio è di dare il certificato di abitabilità a delle case con fondamenta fragili. Questo è il nostro timore, che è paterno, cioè nel senso di vicinanza della Chiesa, proprio nello stile di papa Francesco, alle periferie, anche a chi ha fatica di fare certi percorsi. Molti, almeno un anno prima decidono la data, anche solo per tutti i problemi tecnici da risolvere: poi però se non si fa crescere quel legame con una vera preparazione questi rischiano di ritrovarsi ad affrontarlo da soli quel matrimonio, senza una comunità che li sostiene. Quindi la cosa più importante è capire come quegli incontri possono ricreare un legame con la comunità, e talvolta un weekend non è sufficiente.

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