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L'invito del papa a riscoprire il senso cristiano del tempo

AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

CITE DU VATICAN, Vatican City : Pope Francis kisses the book of the gospels as he leads a mass at St Peter's Basilica on January 1st, 2014 at the Vatican. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

Massimo Introvigne - La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 02/01/14

«La visione biblica e cristiana del tempo e della storia non è ciclica, ma lineare è un cammino che va verso un compimento»

Il nuovo anno di Papa Francesco è iniziato, all'Angelus del 1° gennaio, con l'invito a riscoprire il vero significato cristiano dello scorrere degli anni, «non legato al senso un po’ magico e un po’ fatalistico di un nuovo ciclo che inizia».

Nel Te Deum del 31 dicembre, il Papa aveva approfondito la nozione cristiana del tempo partendo da un'affermazione apparentemente sconcertante della Prima Lettera di Giovanni, letta nella Messa del giorno: «È giunta l’ultima ora» (1 Gv 2,18). Che cosa può significare? È un annuncio della fine del mondo? Il significato, spiega Francesco, è un altro. «Con la venuta di Dio nella storia siamo già nei tempi “ultimi”, dopo i quali il passaggio finale sarà la seconda e definitiva venuta di Cristo».

Nessuna previsione di date: la Bibbia non dà i numeri. «Naturalmente qui si parla della qualità del tempo, non della quantità». Il messaggio che dobbiamo ricavarne è che «con Gesù è venuta la “pienezza” del tempo, pienezza di significato e pienezza di salvezza. E non ci sarà più una nuova rivelazione, ma la manifestazione piena di ciò che Gesù ha già rivelato. In questo senso siamo nell’“ultima ora”; ogni momento della nostra vita non è provvisorio, è definitivo, e ogni nostra azione è carica di eternità; infatti, la risposta che diamo oggi a Dio che ci ama in Gesù Cristo, incide sul nostro futuro». Vivere negli «ultimi tempi» non è una curiosità ma una responsabilità.

«La visione biblica e cristiana del tempo e della storia non è ciclica, ma lineare – ha proseguito il Papa – è un cammino che va verso un compimento». Questa è la vera riflessione di fine anno che la Chiesa ci chiede. «Un anno che è passato, quindi, non ci porta ad una realtà che finisce ma ad una realtà che si compie, è un ulteriore passo verso la meta che sta davanti a noi: una meta di speranza una meta di felicità, perché incontreremo Dio, ragione della nostra speranza e fonte della nostra letizia».

Quasi tutti gli interventi di Papa Francesco comprendono un esame di coscienza: alla fine di un anno che si è concluso, «raccogliamo,come in una cesta, i giorni, le settimane, i mesi che abbiamo vissuto, per offrire tutto al Signore. E domandiamoci coraggiosamente: come abbiamo vissuto il tempo che Lui ci ha donato? Lo abbiamo usato soprattutto per noi stessi, per i nostri interessi, o abbiamo saputo spenderlo anche per gli altri? Quanto tempo abbiamo riservato per stare con Dio, nella preghiera, nel silenzio, nella adorazione?». Alla città di Roma, il Pontefice ha chiesto un esame di coscienza speciale: la grande metropoli riesce a guardare anche ai più poveri, ad accogliere tutti? «A Roma forse sentiamo più forte questo contrasto tra l’ambiente maestoso e carico di bellezza artistica, e il disagio sociale di chi fa più fatica».

Quando guarda a un anno concluso, il cristiano sa che deve fare «due cose insieme: ringraziare e chiedere perdono. Ringraziamo per tutti i benefici che Dio ci ha elargito, e soprattutto per la sua pazienza e la sua fedeltà, che si manifestano nel succedersi dei tempi».

Nell'omelia del 1° gennaio Francesco ha commentato la preghiera di benedizione di Mosé: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». «Sono parole – ha detto il Papa – di forza, di coraggio, di speranza. Non una speranza illusoria, basata su fragili promesse umane; neppure una speranza ingenua che immagina migliore il futuro semplicemente perché è futuro. Questa speranza ha la sua ragione proprio nella benedizione di Dio, una benedizione che contiene l’augurio più grande, l’augurio della Chiesa ad ognuno di noi, pieno di tutta la protezione amorevole del Signore, del suo provvidente aiuto».

Al Te Deum il Papa aveva spiegato che la benedizione di Dio viene a noi «in modo singolare nella pienezza del tempo, quando "Dio mandò il suo Figlio, nato da donna" (Gal 4,4)». «Nato da donna»: la Chiesa, fissando al 1° gennaio la festa di Maria Madre di Dio, ci fa iniziare ogni anno sotto il segno della Madonna. È il segno più convincente e più bello. «Madre di Dio», ha aggiunto Francesco nell'omelia del 1° gennaio, «è il titolo principale ed essenziale della Madonna. Si tratta di una qualità, di un ruolo che la fede del popolo cristiano, nella sua tenera e genuina devozione per la mamma celeste, ha percepito da sempre».

Il titolo segnala pure che Maria «ha condiviso la nostra condizione, ha dovuto camminare sulle stesse strade frequentate da noi, a volte difficili e oscure, ha dovuto avanzare nel “pellegrinaggio della fede"». La Vergine ancora «al calvario tiene accesa la fiamma della fede nella risurrezione del Figlio e la comunica con affetto materno agli altri».

Ricordando la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio, il Papa all'Angelus ha invocato Maria, Regina della Pace, capace di «abbattere i muri che impediscono ai nemici di riconoscersi fratelli». «A lei, che estende la sua maternità a tutti gli uomini, affidiamo il grido di pace delle popolazioni oppresse dalla guerra e dalla violenza, perché il coraggio del dialogo e della riconciliazione prevalga sulle tentazioni di vendetta, di prepotenza, di corruzione».

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giornata mondiale della pacepapa francescotempo
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