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Asia Bibi scrive al papa: “Ho fiducia in Dio”

© DR
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La cattolica pakistana accusata di blasfemia invia al pontefice una lettera piena di speranza

Anni di ingiustizie e offese non hanno intaccato la fede di Asia Bibi, l'operaia agricola cattolica condannata a morte in Pakistan in base alla legge sulla blasfemia in vigore nel Paese perché accusata di aver offeso Maometto.

Nel giugno 2009 venne chiesto ad Asia Bibi di andare a prendere dell'acqua. Un gruppo di donne musulmane l'avrebbe respinta dicendo che in quanto cristiana non doveva toccare il recipiente perché avrebbe reso impuri sia questo che l'acqua. Le donne hanno poi cercato di convincerla ad abiurare il cristianesimo e a convertirsi all’islam. Asia ha tenuto il punto dicendo che Gesù Cristo è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l’umanità e ha chiesto cosa avesse fatto per loro Maometto. Le donne si sono quindi rivolte alle autorità sostenendo che Asia avrebbe offeso il profeta. È stato l'inizio di un calvario non ancora terminato. Asia è in carcere da più di 1.600 giorni e l'11 novembre 2010 ha ricevuto una condanna a morte, poi sospesa. Il processo d'appello non è ancora stato fissato.

Dal giugno scorso non è più rinchiusa in una cella senza finestre ma nel carcere femminile di Multan, a sei ore da Lahore, dove vivono il marito e i cinque figli. Ora la donna indossa la divisa bianca delle detenute comuni e come qualsiasi altra prigioniera ha diritto all'ora d'aria. “La prima volta che è uscita in cortile, dopo 27 mesi di isolamento, barcollava, raccontano. Non si sa se per l’impatto con l’esterno o per il timore. Il rischio che il fanatismo si intrufoli fin dietro le sbarre del carcere per colpirla è alto”, e le misure di sicurezza sono state ridotte. La donna non cucina più da sola i suoi pasti e mangia nel refettorio con le altre, nonostante il pericolo di avvelenamento (Avvenire, 1° gennaio).

“Ma Asia Bibi non odia, né grida né cede. Con voce ferma e serena continua a proclamare la sua innocenza”. “Difficile pensare il contrario: la donna che l’accusa, la moglie dell’imam locale, non ha portato una sola prova. Solo voci, illazioni, maldicenze tipiche di una comunità arcaica e isolata. In cui Asia era guardata con sospetto in quanto cattolica e, dunque, diversa”.

La mamma pakistana ha scritto nei giorni scorsi a papa Francesco: “Mi sarebbe tanto piaciuto essere a San Pietro per Natale a pregare insieme a Lei, ma ho fiducia nel progetto che Dio ha per me e magari vorrà realizzare l’anno prossimo”.

“Non so quanto potrò andare ancora avanti. Se sono ancora viva è grazie alla forza che le vostre preghiere mi danno”, prosegue Asia Bibi, sottolineando che la sua cella non ha riscaldamento né una porta adatta a ripararla “dal freddo pungente” e che non ha “abbastanza soldi per le necessità quotidiane” non potendo essere aiutata dai suoi familiari, che vivono distante. “In questo momento voglio affidarmi solo alla misericordia di Dio che può tutto. Unicamente Lui può liberarmi”.

Asia Bibi termina la sua lettera porgendo al papa i suoi “migliori auguri per l’anno nuovo”. “So che lei prega per me con tutto il cuore. E questo mi dà fiducia che un giorno, la mia libertà sarà possibile”. “Certa di essere ricordata nelle sue preghiere, la saluto con affetto. Asia Bibi, sua figlia nella fede”.

Il 17 novembre 2009 anche papa Benedetto XVI è intervenuto pubblicamente a favore della donna. Al termine dell'udienza generale del mercoledì, ha espresso “vicinanza ad Asia Bibi e i suoi familiari”, chiedendo che “al più presto” le venisse “restituita la libertà”.

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