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I femminismi di fronte al gender

JEWEL SAMAD

Eugenia Rocella - Scienza&Vita - pubblicato il 01/01/14


(2), delinea una posizione che dialoga con il femminismo della differenza e prende le distanze da quello emancipazionista e dalle teorie del gender.

Nel testo firmato dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, la differenza sessuale è interpretata "come realtà iscritta profondamente nell’uomo e nella donna: la sessualità caratterizza l’uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione. Essa non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, ma è una componente fondamentale della personal
ità
, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l’amore umano".

La Chiesa riconosce come, alla base di ogni esperienza umana, ci sia quella di nascere sessuati: questione che nel pensiero della differenza ha un peso fondamentale. La lettera del Pontefice (Giovanni Paolo II) del ’95, invece, è stata commentata come un vero e proprio manifesto per l’empowerment, un accrescimento di potere che permetta alle donne di espandere il proprio "genio", la propria "capacità dell’altro", al di fuori della casa e della famiglia.

Sul piano delle scelte politiche, il femminismo della differenza si distacca moltissimo dall’emancipazionismo istituzionale: "Uguaglianza e parità tra i sessi sono criteri omicidi, non permettono alla donna di pensare a se stessa in modo indipendente, né di avere ambizioni autonome", ha scritto la teorica femminista Alessandra Becchetti (3). C’è un’evidente assonanza tra queste parole e quelle di Janne Haaland Matlary, femminista cattolica: "La discriminazione si verifica non solo quando soggetti uguali vengono trattati in modo diverso, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale" (4).

Il nuovo lessico come progetto culturale

Anche ad un esame sommario dei documenti internazionali, colpisce la centralità assunta dalle scelte lessicali. È un’attenzione che si iscrive in una vera e propria strategia di trasformazione linguistica, che si configura come un progetto culturale globale.

La politica mondiale dei diritti umani, vista anche la frequente situazione di impotenza e di stallo diplomatico delle Nazioni Unite, si esprime sempre di più nell’ambito del linguaggio, un esperanto decifrabile solo dalle burocrazie internazionali, che però ha enorme influenza nell’orientare i governi, soprattutto occidentali.

A questa strategia consapevole e vincente si contrappone per adesso solo una guerriglia di soggetti dispersi e distanti tra loro, con l’eccezione della Santa Sede, unico soggetto dotato di visibilità e di autorevolezza, che non a caso viene individuato come l’avversario per eccellenza.

Ad ogni appuntamento delle Nazioni Unite sui temi della donna, della procreazione e della sessualità, si discutono ferocemente questioni che ai profani possono apparire come inessenziali modifiche terminologiche, e che invece, se recepite, aprirebbero squarci profondi nella faticosa costruzione di un quadro etico condiviso.

La battaglia delle parole si articola in alcune riconoscibili modalità d’intervento, che non possiamo analizzare qui (5). Basta accennare al fatto che la trasformazione agisce in più direzioni, di cui la più clamorosa e significativa è quella che tende a cancellare ogni parola sessuata, riferita cioè alla distinzione tra maschile e femminile. Il vocabolario adottato deve essere "gender neutral", quindi non deve contenere, nemmeno implicitamente, la temuta differenza sessuale.

I termini "madre" e padre" sono stati abbandonati in favore di "progetto parentale" o "genitorialità": parole che abbinano l’asetticità emotiva alla neutralità sessuale. Naturalmente, anche il termine

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Tags:
femminismoideologia gender

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