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I femminismi di fronte al gender

JEWEL SAMAD

Eugenia Rocella - Scienza&Vita - pubblicato il 01/01/14

Il fatto che a maschi e femmine venga assegnata un’identità sessuale definita in base ad alcuni caratteri anatomici è, per i sostenitori del "genere", solo una convenzione, una costruzione culturale, a cui contribuiscono potentemente i condizionamenti messi in atto dalla società e dalla famiglia. Le sfumature possibili, tra maschio e femmina, sono molte, e la dualità dei sessi è frutto dell’imposizione di ruoli e gerarchie prefissate. La differenza maschio/femmina non ha alcun fondamento nella realtà: si tratta solo di un "discorso" connesso alle pratiche del potere, e fondato sull’esclusione di chi è diverso.

L’identità di genere non può essere stabile, visto che non dipende da fatti biologici, ma è fluida, relazionale, legata ai mutamenti storici, geografici, culturali, ambientali, personali e collettivi.

Questa linea di pensiero conduce inesorabilmente verso la decostruzione di ogni possibile identità femminile, derubricata a una delle mille varianti delle differenze identitarie. Se la definizione di donna non può riferirsi a una categoria eterna e universale, è insensata; secondo una sostenitrice del gender come la studiosa Judith Butler, poiché non è una categoria biologica, né ontologicamente fondata, come si può decidere chi vi è incluso?

Per altre teoriche, l’identità sessuale definita va superata attraverso una radicale manipolazione del corpo, che si può rendere in tutto o in parte artificiale, completandolo con innesti elettronici, animali o meccanici, e accogliendo con entusiasmo le nuove tecnologie riproduttive.

Il caso più spavaldo di radicalismo tecnolibertario è quello di Donna Haraway e del suo Manifesto cyborg, uscito negli Usa nel 1991. Il cyborg, secondo la definizione dell’autrice, è "un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, (…) una creatura di un mondo post-genere". Il corpo mutante del cyborg, ottenuto grazie a innesti tecnologici di ogni tipo, è la leva che scardina l’identità sessuale definita, liberandola per sempre dal condizionamento biologico e culturale: non ci sarà più l’oppressione di un sesso su un altro, perché non ci saranno più né donne, né uomini.

È evidente che questa impostazione, anche accantonando le formulazioni più estreme, toglie ogni rilevanza alla differenza femminile, e indebolisce il soggetto donna. Accettare l’ideologia di genere è, per il femminismo, una forma di suicidio.

Scrivono giustamente Maria Giovanna Noccelli e Piersandro Vanzan: "Dietro all’identificazione della persona come "genere" piuttosto che come "essere sessuato" è leggibile ancora il rischio della neutralizzazione dell’identità sessuata. In definitiva una riproposizione di quel concetto di neutro, messo in luce dalla recente speculazione femminile" (1).

In conclusione, il vocabolo "genere" si presta quantomeno a interpretazioni ambigue, e la sua adozione indiscriminata da parte delle Nazioni Unite e dell’Europa contribuisce alla confusione generale. L’impressione è che da alcuni il termine sia adoperato, in campo internazionale, come una leva per scardinare l’idea tradizionale di famiglia e l’identità sessuale definita (il cosiddetto "paradigma eterosessuale").

Il concetto di genere appare come un’arma impropria che gli organismi internazionali si illudono di poter maneggiare, mentre tende spontaneamente a sfuggir loro di mano. Una volta sfondato l’argine della differenza biologica, il corpo diventa un’astrazione, qualcosa di artificiale e manipolabile (come dicono le teoriche postmoderniste, è solo un testo).

La Chiesa cattolica, che è entrata direttamente in questo dibattito soprattutto con la Conferenza mondiale di Pechino sulla condizione femminile, ha ben chiara la diversità di posizioni esistente nell’ambito del pensiero delle donne. In occasione della Conferenza, Giovanni Paolo II scrisse una "Lettera alle donne" che, unita a quella indirizzata nel 2004 ai vescovi dall’allora cardinale Ratzinger

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Tags:
femminismoideologia gender

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