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I femminismi di fronte al gender

© Jewel SAMAD / AFP
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Intervento di Eugenia Rocella

I FEMMINISMI DI FRONTE AL GENDER
Eugenia Rocella*

I Quaderni di Scienza&Vita. Identità e genere – marzo 2007.

Per capire com’è accaduto che sui documenti degli organismi internazionali sia comparso, infiltrandosi dappertutto con la velocità di una pianta infestante, il termine "genere", forse è necessario delineare una breve sintesi degli sviluppi teorici del neofemminismo.

Il femminismo nasce e si afferma sul finire del 1700 nel mondo anglosassone, ma all’ombra della rivoluzione francese. Una volta conclusa la fase eroica della fondazione ed esaudita (talvolta, come per l’Italia, in tempi assai lunghi) la richiesta basilare del diritto di voto, il movimento delle donne sembra lasciarsi assorbire dai grandi partiti di massa.

Viene messa a punto la definizione di una "condizione femminile" confinata in spazi appositi, le sezioni femminili di partito, e si individuano come obiettivi specifici la tutela del lavoro e della famiglia, oppure rivendicazioni ricalcate sul modello dei diritti delle minoranze oppresse.

Negli anni Sessanta, però, arrivano dagli Stati Uniti suggestioni teoriche e politiche nuove; le donne si organizzano al di fuori della politica tradizionale, e cominciano ad occupare le strade e le piazze. L’impatto è enorme. Lo slogan iniziale è: donne non si nasce, si diventa. Le diversità biologiche sono secondarie se confrontate allo sforzo poderoso di costruzione della "mistica della femminilità", come recita il titolo del libro di Betty Friedan con cui si apre il periodo d’oro del neofemminismo.

Il fiocco rosa posto sulla culla è il marchio, meno cruento ma altrettanto inesorabile della lettera scarlatta di Hawthorne, che indica e delimita il territorio sociale e culturale del femminile, la costruzione di un modello unico a cui è necessario uniformarsi per essere identificate (e identificarsi) come donna.

L’autrice più letta oltre alla Friedan è Simone de Beauvoir, con la sua diffiden­za nei confronti della maternità e della biologia femminile, l’ostilità per quella che considera una sorda resistenza alla libertà del pensiero. La creazione del soggetto-donna, per la De Beauvoir, non può avvenire che contro l’opacità passiva della carne, la cieca rassegnazione biologica che consente all’uomo di appiattire la femminilità sulla natura e l’immanenza, negandole l’accesso al trascendente e alla semplice razionalità.

Il femminile da sempre rappresenta l’alterità, il secondo termine di ogni coppia oppositiva del pensiero occidentale (forma-materia, cultura-natura, libertà-necessità, e così via). La maternità è, in fondo, una zavorra che impedisce alle donne l’autonomia intellettuale. Per lei, la fecondazione artificiale rappresenta la rottura di questa catena, la sospirata liberazione dalla "schiavitù della riproduzione".

Da questa linea discende anche la visione tecno-utopica di Shulamith Firestone, l’autrice della Dialettica dei sessi, che nei tardi anni Sessanta sosteneva che la fecondazione in vitro e l’utero artificiale avrebbero posto fine all’oppressione patriarcale, liberando le donne da quell’evento "barbarico" che è la gravidanza; la procreazione naturale è in sé invalidante, e l’immagine che si insegue è quella di una libertà avulsa dalla corporeità, perfettamente ricalcata sul modello maschile.

È da questo filone di pensiero che nasce l’idea di un’uguaglianza e di una libertà modellate appunto sul corpo maschile, cioè su un corpo che non genera; si tratta di una svalorizzazione o addirittura negazione della differenza sessuale, per assumere come oggetto del desiderio il ruolo pubblico dell’uomo, e come scopo politico l’assoluta parità sessuale e l’emancipazione.

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