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L’odissea delle adozioni in Congo e le promesse non mantenute dal governo di Kinshasa

CC Giorgio Minguzzi
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Sono 24 le coppie italiane ancora bloccate nella capitale del Paese africano dilaniato dalla guerra civile. Il premier Matata ha rassicurato le autorità italiane sul rilascio dei nullaosta. Che però continuano a non essere ratificati

Gli scontri fra ribelli e forze governative avvenuti ieri a Kinshasa, capitale del Congo, accrescono i disagi delle 24 famiglie italiane bloccate da più di un mese, con i loro figli adottivi, nella capitale congolese per lo stop delle adozioni internazionali deciso dal governo africano. Il premier italiano Letta ha garantito che Roma sta lavorando per risolvere al più presto la vicenda. Palazzo Chigi, inoltre, spiega che il Congo stesso si sarebbe impegnato a velocizzare il riesame delle adozioni. Il 27 dicembre i genitori avevano incontrato le delegazione italiana giunta nel Paese per risolvere la situazione ricevendo però brutte notizie. (Radio Vaticana, 30 dicembre)

In queste ore l’ambasciata italiana a Kinshasa è in costante contatto con le famiglie italiane bloccate in Congo e il ministro degli Esteri, Emma Bonino, sta seguendo l’evolversi della situazione attraverso l’Unità di crisi della Farnesina, "Ci hanno comunicato che le adozioni sono chiuse almeno fino a settembre-ottobre 2014. Fate qualcosa, aiutateci a tornare con i bambini…", hanno detto in una telefonata da Kinshasa ai loro parenti a Macerata, Michela Gentili e Andrea Minocchi che sono in attesa di adottare un bimbo di 2 anni. In una mali all’Ansa, Enrico e la moglie Chiara, un’altra coppia sempre bloccata in Congo, hanno lanciato un appello disperato alle autorità italiane: "Vi prego di aiutarci a sollecitare la Farnesina ad adoperarsi per farci tornare a casa". (Avvenire, 30 dicembre)

Intanto il primo ministro della Repubblica Democratica del Congo Matata ha confermato la situazione complessiva di temporanea sospensione delle adozioni internazionali, che riguarda vari Paesi oltre l’Italia, e la necessità di effettuare verifiche a fronte di irregolarità riscontrate nelle procedure. In considerazione del vivo interesse delle famiglie e del governo italiano per una rapida e positiva soluzione della vicenda, il primo ministro congolese ha confermato l’impegno a velocizzare il riesame delle adozioni, disponendo che i casi italiani siano verificati per primi. (Vita.it, 30 dicembre)

L’odissea delle famiglie italiane è iniziata il settembre scorso, da quando cioè le autorità congolesi hanno deciso di bloccare le autorizzazioni per il rilascio dei bambini. A denunciarlo per prima era stata l’Associazione Amici dei Bambini (Aibi), spiegando che per rientrare in Italia, le coppie italiane, che “hanno regolarmente completato l’iter di adozione di 32 piccoli congolesi”, avrebbero “solo bisogno di una firma: un gesto che le autorità del Paese africano si ostinano a non concedere”. (AgenSir, 7 dicembre)

All’inizio di novembre il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, ha effettuato una missione nella Repubblica Democratica del Congo, ricevendo dalle autorità congolesi ampie assicurazioni in merito a una conclusione positiva dell’iter adottivo delle coppie italiane. Rassicurazioni che di fatto sono restati tali sulla carta. Le famiglie si sono poi appellate anche a Papa Francesco chiedendo «un atto umanitario in vista del prossimo Santo Natale». Ma le autorità congolesi si sono dimostrati reticenti nei confronti di ogni sollecitazione esterna. (Vatican Insider, 8 dicembre)

Adesso con il trascorrere delle ore cresce sempre più la paura per la sorte degli italiani, visto che nel Paese africano è ripreso più violento che mai il conflitto tra le forze governative e i ribelli. Nella battaglia di ieri a Kinshasa sono stati uccisi quaranta membri di un commando che aveva assaltato la sede della televisione di Stato e l’aeroporto, nonché lo Stato maggiore generale. A seguito dell’attacco, unità speciali della polizia hanno eretto cordoni di sicurezza intorno al complesso televisivo e al Parlamento. La situazione resta tesissima. (Osservatore Romano, 30-31 dicembre)  

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