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Permessi premio ai detenuti: ora bisogna evitare di fare marcia indietro

Pope celebrates Mass with hosts made by Argentine prisoner – it

David W

Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 20/12/13

Il caso dell’uomo evaso dal carcere di Genova durante una licenza premio rischia di compromettere il faticoso cammino verso un sistema punitivo più moderno

L’effetto mediatico, non c’è dubbio, è stato eclatante. Notiziari della sera e prime pagine della mattina hanno dedicato ampio spazio all’evasione di Bartolomeo Garigliano, detenuto per rapina, che non è rientrato nel carcere di Marassi a Genova allo scadere di un permesso premio concessogli per visitare la madre. In realtà, l’aspetto più sconvolgente di questo episodio non è stata la fuga in sé, quanto le dichiarazioni rilasciate dal direttore dell’istituto penitenziario che ha affermato di non avere avuto informazioni sul passato di Garigliano, uomo che negli anni Ottanta ha ucciso serialmente, che al tempo fu giudicato “totalmente infermo di mente” e che da allora e prima di questa era evaso già cinque volte da vari istituti di pena.

Questo fatto, increscioso per il già malandato sistema giudiziario italiano, fa emergere alcuni interrogativi e diverse perplessità che Aleteia intende approfondire, grazie soprattutto al contributo del prof. Pasquale Bronzo, docente alla LUISS e ricercatore di Diritto Processuale Penale presso l’Università degli Studi La Sapienza di Roma, e a Valentina Calderone, direttrice dell’Associazione “A Buon Diritto”, che si occupa tra le altre cose di questioni legate agli abusi commessi in situazioni di privazione della libertà.

Da quello che ha letto, che idea si è fatto di quanto è successo a Genova?

Bronzo: Dalle cose che ho letto, è appunto un caso singolo. Nel senso che la percentuale delle evasioni, cioè dei non ritorni, nei permessi premio è bassissima, siamo intorno allo 0,2%. Quindi è ovvio che quando il mancato ritorno, e quindi il fallimento di questa scommessa che sono i permessi premio, riguarda una persona particolarmente pericolosa, il fatto fa notizia. Eppure è poco rilevante, rientra in quello 0,2%. Il caso particolare di quest’evento riguarda non l’evasione, ma il fatto che si tratti di una persona che ha una storia criminale lunga. Però neanche questo è del tutto strano, perché non ci sono preclusioni assolute ai permessi premio se non per alcune categorie di delitti e di condannati, e lui non è fra quelli. Non possono godere di permessi premio gli affiliati di mafia o gli organizzatori di un traffico di droga. Per altre categorie di persone pericolose ci sono restrizioni ai permessi premio, ma non preclusioni. Quello che fa notizia sui giornali è la dichiarazione del direttore del carcere, che sosteneva che per lui fosse un rapinatore.

Infatti le chiedo: com’è possibile che un direttore del carcere non conosca il curriculum criminale di un suo detenuto?

Bronzo: Tecnicamente non è possibile che questo accada, perché nel regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario (che risale al 2000), c’è un istituto che si chiama “cartella personale”. È vero che la “cartella personale” del detenuto è relativa a quella particolare detenzione e al reato per cui è prevista, però c’è una norma che dice che nel caso di pregresse detenzioni è compito dell’amministrazione penitenziaria acquisire le cartelle personali degli altri eventuali periodi di detenzione che il condannato abbia scontato. Quindi si fa una specie di ricongiungimento delle cartelle, che vanno poi incluse nel fascicolo che serve anche agli educatori penitenziari per seguire l’evoluzione del trattamento del detenuto; dunque le cartelle pregresse ci dovrebbero essere, anche se non automaticamente, nel senso che qualcuno le deve richiedere. La dichiarazione del direttore del carcere di Genova secondo me è la reazione emotiva di una persona che ha dato parere favorevole al permesso premio, un parere sulla cui scorta il magistrato ha poi concesso la licenza, e che ora tende a giustificare la sua prognosi non troppo accurata circa la non pericolosità del soggetto, e si sente sotto accusa. La persona alla quale compete dare il permesso premio non è il direttore del carcere ma è il giudice, monocraticamente, una volta sentito – questo dice la legge – il direttore del carcere. Il problema è che nella pratica queste relazioni che dovrebbero fornire i direttori sono spesso burocratizzate, cioè appaiono come dei prestampati che recitano “vista l’istanza ecc. si rende parere favorevole”. Nella routine, nell’affaticamento degli uffici, diciamo che c’è poca ponderazione, ma il procedimento è abbastanza garantito. Anche perché i requisiti sono molto precisi: la buona condotta nel periodo immediatamente precedente, l’assenza (ma sarebbe meglio dire la ridotta) pericolosità e la finalizzazione del permesso premio, che deve essere destinato a coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro. Dobbiamo ricordare infatti che il permesso premio è diverso dal permesso ordinario, che l’autorità penitenziaria concede per brevi periodi per umanizzare il trattamento penitenziario. Il permesso premio, che è più recente (legge Gozzini del 1986), è uno strumento di trattamento, cioè serve a valutare se il periodo di libertà e di vicinanza agli affetti riesce a migliorare l’evoluzione della progressione della persona nel trattamento rieducativo. È uno strumento utilissimo agli educatori per vedere il comportamento durante e dopo il permesso. Il decreto “svuotacarceri” di quest’estate ha potenziato questo strumento, rendendolo più largamente fruibile, mostrando quanto il legislatore ci creda. E ora i permessi premio non vanno certo buttati a mare per questo che rimane un episodio.

Che impatto può avere questo episodio sul dibattito attuale rispetto al tema del sovraffollamento carcerario?

Bronzo: Distinguerei l’influenza che può avere a livello di comunicazione e l’influenza che può avere a livello di politica penitenziaria e della giustizia. In questo secondo caso, direi nessuna influenza: chiunque abbia esperienza come magistrato e come avvocato difensore di questi istituti sa benissimo che un singolo caso non ha grosso significato nella valutazione di impatto di un istituto che resta uno strumento buono, che va verso una visione moderna del trattamento penitenziario come messa alla prova di una persona che potrebbe essere soggetta a misure extracarcerarie. E queste ultime sono il modo moderno di vedere la pena. Ma l’opinione pubblica certamente si lascia influenzare, per questo il legislatore saggio deve valutare con freddezza le cose, e non farsi influenzare dalle pagine dei giornali, dallo scandalo che giustamente produce un caso singolo come questo. Del resto, la tendenza è quella di potenziare l’istituto dei permessi premio, e sarebbe sbagliato fare marcia indietro ora.

Cosa l’ha colpita di più della vicenda di Genova?

Calderone: Mi colpisce come ci sia sempre una certa esasperazione su questo tipo di vicende, cioè su cose che non vanno a lieto fine. Mi ricorda un po’ quello che è successo dopo l’indulto del 2006, quando le cronache dei giornali erano piene di notizie di persone che una volta uscite grazie a quella misura erano tornate dentro: c’è una sovraesposizione di un certo tipo di notizie rispetto alla realtà dei fatti su queste cose. C’è sempre un tentativo di suscitare un sentimento d’indignazione e una risposta di pancia. Mi aveva colpito una statistica fatta un po’ di tempo fa in cui si vedeva negli ultimi vent’anni quanto era stata importante la diminuzione dei reati più gravi, come gli omicidi volontari, e quanto invece di converso fosse aumentata nello stesso periodo lo spazio dei giornali dedicato alla cronaca nera, circa del 25%. È vero che da un certo punto di vista negli ultimi due anni si sta cercando di dare una dimensione un po’ diversa a questo fenomeno, e quindi il carcere non è più un tabù, se ne parla, anche se a volte correttamente e a volte un po’ a sproposito, ma c’è un’attenzione maggiore a questi temi; da un altro punto di vista, però si continua a trattare l’argomento come una cosa su cui fare scandalo e scalpore piuttosto che come qualcosa su cui cercare di ragionare.

Nella sua battaglia dei diritti dei detenuti, come giudica la gestione dell’istituto della licenza premio in Italia?

Calderone: Diciamo che è ricompresa in un sistema di misure che sono previste nel nostro ordinamento. La licenza funziona in questo modo: la persona detenuta viene seguita da un’equipe che prepara una relazione, nel momento in cui ha un’esigenza più o meno particolare e ha scontato quel tot di pena che gli concede di accedere alla richiesta per questa misura, il direttore del carcere può proporre al magistrato di sorveglianza il permesso premio. Quindi è sempre un giudice che deve decidere, leggendo le relazioni, cercando di capire dai documenti che riceve la tipologia del detenuto, la sua affidabilità. Una delle critiche principali che si fanno, e che mi sento di condividere – anche se non possiamo generalizzare visto che non in tutt’Italia è così e anche che la magistratura di sorveglianza è gravata da una mole di lavoro impressionante – è che ci troviamo spesso di fronte ad una magistratura di sorveglianza sì poco attenta, ma anche poco coraggiosa. Un altro degli effetti del modo in cui il carcere viene trattato, e in cui l’opinione pubblica è stata abituata a pensare, è che il magistrato di sorveglianza a volte è retrocesso nel suo ruolo, utilizzando una modalità prudente che probabilmente non gli dovrebbe competere. Nel caso di Genova, certo non è stato così, ma il punto è proprio che stiamo parlando di un caso. Le statistiche rispetto alle evasioni da permessi premio o di lavoro sono veramente molto basse nel corso di un anno. Gli errori esistono e devono essere contemplati come cose gravi: ad esempio mi è sembrato davvero particolare che il direttore sostenesse di non avere a disposizione la storia completa di questa persona, quando chiunque ti fermi per un controllo di polizia per strada può sapere tutto di te, anche le multe che hai preso. Ma questo episodio non deve minimamente mettere in discussione il sistema di concessione dei permessi premio e di misure alternative; anzi, il ragionamento da fare è opposto perché noi il problema che riscontriamo spesso è una scarsa attenzione della magistratura di sorveglianza a causa di una mole di lavoro enorme. Per questo motivo, anche le persone che dovevano uscire con la cosiddetta legge “svuota carceri”, hanno presentato domanda e hanno avuto risposte dopo così tanti mesi che la loro stessa domanda era ormai diventata inutile.

Fino a che punto, e a che livello – mediatico, di opinione pubblica o politico – un episodio del genere può danneggiare il lavoro di chi come lei lavora per un sistema di pene alternative alla detenzione?

Calderone: Direi in una combinazione delle dimensioni che lei ha citato. Lavorando su questi temi ci troviamo prima di tutto a dover intervenire a livello culturale, nel senso che la forte esigenza rispetto a questo lavoro che viene fatto è proprio di cercare di far capire e di filtrare in maniera diversa quella che è la realtà. Quindi è ovvio che cose del genere ti mettono i bastoni tra le ruote, perché poi diventa difficile fare discorsi complessivi. Episodi di questo genere messi così in evidenza fanno emergere tutta una parte di sentimenti che sono anche comprensibili, ma che non dovrebbero governarci. L’esempio che le facevo rispetto all’indulto del 2006 per noi è evidente: nel senso che sono stati mesi in cui è stato disconosciuto sia dai parlamentari che l’avevano firmato due ore prima, sia dai giornali e dalle televisioni che hanno fatto una campagna incredibile contro questa misura. Eppure i dati ti dicono che se un detenuto sconta la pena completamente in carcere è a rischio di rientrarci per il 70%, se invece la sconta almeno per una parte in misura alternativa la possibilità che rientri in carcere è del 30%. Nella realtà, dunque, se tu hai come vicino di casa una persona che commette un reato, è meglio che non se li sconti tutti in carcere gli anni che si deve fare, ma che magari si faccia una parte in carcere e che dopo possa fare qualcos’altro prima di tornare a vivere vicino a casa tua.

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