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Israele: la lunga marcia dei migranti africani per la dignità

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Davide Maggiore - Aleteia Team - pubblicato il 19/12/13

Eritrei e sudanesi chiedono al governo asilo e migliori condizioni di vita; ad assisterli ci sono anche missionarie cattoliche

“Sono persone sempre in attesa, hanno sempre paura, perché non sanno cosa capiterà loro domani”. A parlare, da Gerusalemme, è suor Azezet Kidané, missionaria comboniana eritrea, e la sua preoccupazione riguarda le condizioni dei migranti che dall’Eritrea e dal Sudan, attraverso il deserto del Sinai, arrivano in Israele per cercare rifugio e protezione. La stessa che molti loro connazionali cercano imbarcandosi dalla Libia per raggiungere le coste meridionali d’Europa.

L’arrivo in Occidente, però, spesso non significa la fine delle difficoltà. Uno stato di cose denunciato, negli ultimi giorni, in Israele, dall’azione di alcune centinaia di eritrei e sudanesi, fuggiti dal centro di detenzione di Holot, nel deserto del Negev. Prima a piedi, poi su autobus messi a disposizione da gruppi di attivisti israeliani, hanno raggiunto Gerusalemme, per manifestare davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, e alla sede del governo.

La stazione centrale di Beersheva e poi un kibbutz vicino a Nevè Shalom sono stati i loro ricoveri per la notte prima di arrivare a Gerusalemme. Un viaggio non semplice per i migranti – alcuni dei quali partiti da Holot indossando solo T-shirt e ciabatte – che in città hanno dovuto affrontare anche una temperatura di pochi gradi sopra lo zero.

“Con altre due suore siamo andati a curarli nel kibbutz, a portare loro medicine e da mangiare”, dice suor Azezet, che è infermiera. “Anche molti israeliani – aggiunge – hanno portato loro cibo, vestiti e bevande, prima che ripartissero”. La missionaria ha accompagnato i migranti anche durante la manifestazione, prima che le forze dell’ordine arrestassero i dimostranti, rimandandoli nel centro di detenzione. Quello che chiedono gli africani, ha spiegato suor Azezet ad Aleteia “è di poter ottenere asilo politico, mentre in questo ‘centro di detenzione aperto’ – come viene definito Holot – sono obbligati a firmare tre volte, al mattino, a mezzogiorno e alla sera”, pur essendo formalmente liberi di circolare dalle 6 del mattino alle 22.

A stabilirlo è una legge approvata questo mese dalla Knesset: una sentenza della Corte Suprema, a settembre, aveva giudicato incostituzionali le vecchie norme che prevedevano la possibilità, di una detenzione fino a tre anni anche senza accuse formali. Secondo il nuovo testo, invece, i migranti irregolari possono essere detenuti nei ‘centri aperti’ per un anno senza processo, o rimpatriati ricevendo anche una piccola somma di denaro: ma per i migranti sudanesi del Darfur in fuga dalla guerra e gli eritrei questa seconda opzione è impraticabile.

In più, racconta suor Azezet, Holot “è in mezzo al deserto, non c’è nessuna città dove andare” quando si esce. “La più vicina – specifica la comboniana – è a una sessantina di chilometri, e non ci sono trasporti, quindi loro dicono che, anche se ‘aperta’, questa è peggiore delle altre prigioni”. In carcere, secondo la religiosa, resterebbero inoltre “forse ancora duemila” africani, sui circa 55 mila che, secondo le stime, si trovano in Israele.

“Con il loro visto – chiarisce la missionaria – non possono lavorare e ogni tre mesi, o in qualche caso ogni due, devono mettersi in fila per rinnovarlo”. Una pratica che richiede molto tempo, “dal mattino fino alla sera” e questo “è frustrante” oltre che “faticoso”, perché così anche chi – nonostante tutto – trova un piccolo lavoro, che spesso consiste nello sbrigare faccende domestiche in case private, “lo perde”. In più, a ognuno dei numerosi checkpoint “qualsiasi soldato può fermarli per controllare il visto” e se questo manca o non è in regola, c’è la prigione.

Suor Azezet e altre missionarie sono da anni impegnate nell’assistenza ai migranti africani, sia dal punto di vista sanitario che da quello psicologico. Particolarmente grave, ricorda la religiosa, è la situazione di quelle donne che, prima di arrivare in Israele “sono state abusate” dai trafficanti di esseri umani nel Sinai e che in molti casi “hanno dei bambini”. Per la sua azione a favore di queste persone indifese, suor Azezet ha ricevuto lo scorso anno un premio dal Dipartimento di Stato americano. La testimonianza della religiosa aveva portato organismi internazionali e associazioni della società civile a iniziare una campagna con al centro la dignità dei migranti. La stessa che eritrei e sudanesi hanno reclamato con la marcia partita da Holot.

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