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Il Sinodo che prova l’Open Space

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La diocesi di Bolzano-Bressanone utilizza una tecnica che punta a rendere più coinvolgente e produttiva la partecipazione di tutti

di Diego Andreatta

Come evitare che le assemblee parrocchiali o diocesane risultino stanche e ingessate, per non dire scontate o noiose? Già, che delusione, quando la partecipazione appare fittizia, quasi fosse disinnescata. Sbandierata nella forma ("tutti hanno diritto di parola…" è la garanzia iniziale), frenata nella pratica: pochissimi consiglieri – sempre i soliti noti – vanno al microfono davanti ad un folto pubblico o all’autorità diocesana, prevale il timore o la fatica di esprimere liberamente quanto sta a cuore.

Non è solo un problema di forma, ne soffre la sostanza. E pure la ricerca di soluzioni alternative langue. Come il ricorso a gruppi di lavoro tematici, talvolta inconcludenti (perché formati con criteri casuali), oppure depotenziati: il sanguigno contributo dei singoli finisce annacquato e scolorito nel filtro delle sintesi… delle sintesi.

Giunge allora davvero ghiotta la novità lanciata sabato scorso nella diocesi più a nord del Paese, quella di Bolzano-Bressanone che ha avviato il suo Sinodo: il duplice incontro aperto a tutti (c’erano 300 persone presenti a La Villa e Dobbiaco) nell’ambito della fase del "vedere" (seguiranno anche "giudicare" e "agire") è stato caratterizzato dal metodo "Open Space", una tecnica di origine americana (in sigla OST) utilizzata negli ultimi vent’anni in vari Paesi e in vari ambiti professionali "per rendere più produttivo" il confronto fra gruppi numerosi.

Funziona più o meno così: all’inizio della giornata, si presenta il tema (in questo caso: "La nostra Fede oggi e domani") in assemblea plenaria e s’invitano tutti i fedeli convenuti a mettere per iscritto gli argomenti specifici sui quali vorrebbero discutere e confrontarsi: nessuna limitazione, nessuna censura. Durante la prima pausa mattutina agli argomenti più gettonati viene assegnato un preciso luogo fisico e un tempo di discussione (generalmente 45 minuti): sulla base di questo programma orario giornaliero (indicato su un tabellone ben visibile), si formano rapidamente tot gruppi, ognuno "intitolato" con il proprio argomento-tema; ecco allora che tutti i fedeli possono prendervi liberamente parte, scegliendo di volta in volta quello ritenuto più interessante o stimolante. E se dopo qualche minuto resti deluso, puoi "saltare" anche in un altro gruppo.

L’unica persona che rimane fissa è chi ha proposto quell’argomento. Egli, per non essere gravato di troppo lavoro, può avvalersi peraltro ad ogni "tornata" in cui cambiano i componenti del gruppo (cioè ogni 45 minuti per 5 volte) di un moderatore/facilitatore del confronto e di un verbalizzante, scelti più o meno "spintaneamente".

Se l’obiettivo era quello di favorire al massimo l’espressione dei cristiani di questa zona pastorale (fra loro c’erano anche alcuni sinodali), chi ha partecipato alla giornata ha riferito che "il clima di comunione era buono", "la partecipazione al dialogo è stata vissuta" e che, insomma, il metodo Open Space ha rivelato i suoi punti di forza. Un coinvolgimento diretto, un dialogo schietto dentro piccoli gruppi composti da persone portatrici di un interesse forte. "La fede è e rimane un tema che muove e commuove le persone anche sul piano emozionale", dice il comunicato stampa diocesano, per dare conto della "passione" esperienziale affiorata.

Collaudo più che positivo, dunque, per l’Open Space. Un metodo che prevede anche che alcune persone denominate "farfalla" volino da un gruppo all’altro o si posino presso la caffetteria disponibili ad un colloquio ancora più informale, con chi non si è fatto "prendere" dai gruppi.

Alla fine, non solo interventi o contributi scritti dunque – come avviene nei classici convegni o nelle operazioni ascolto tramite questionari più o meno aperti – ma veri e propri "prodotti" di uno scambio fra persone, una prima elaborazione a fondo del tema, a livello interpersonale.

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