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Il Natale visto attraverso i muri di Bansky

© DR
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L'artista inglese ha realizzato questa immagine e ci spinge a farci domande sui muri del nostro tempo

E’ un anno che gira per la rete e naturalmente fa il boom di condivisioni durante il periodo delle feste. Parliamo di questa “cartolina” attribuita all’artista inglese Bansky, un writer (ma è riduttivo) la cui vera identità è ignota e che di cui si conoscono le incursioni nei paesaggi urbani. A ricordacelo è il quotidiano online Linkiesta che spiega come: “La cartolina riprende in tutto e per tutto la tradizione dei dipinti biblici, in particolare, l’episodio del viaggio di Giuseppe e Maria verso Betlemme, verso la stalla dove deve nascere Gesù, ma aggiunge un dettaglio che cambia leggermente la situazione e che proietta Giuseppe e Maria nel grottesco panorama del conflitto israelopalestinese. È il muro, quello eretto da Israele con l’obiettivo di difendersi dagli attacchi terroristici palestinesi” (18 dicembre).

Questa “ucronia” ci spinge a porci una serie di domande, tra cui la più classica: e se Gesù nascesse oggi, che mondo troverebbe? Innanzitutto, Gesù e i propri genitori, Giuseppe e Maria si ritroverebbero davanti ad un muro, verrebbero perquisiti all’ingresso della zona che racchiude Betlemme e non è nemmeno dato per scontato che potrebbero raggiungere Betlemme, compiendo così la Scrittura, come i Vangeli ci raccontano. Oggi la situazione tra Palestina e Israele è quella di tensione costante, ma non solo, c’è anche una separazione coatta tra persone che invece di odiarsi o combattersi, vorrebbero amarsi e condurre una vita normale.

Ce lo spiega un articolo di Terrasanta.net, “Una legge controversa che da undici anni pesa sulle giovani coppie palestinesi separate dal Muro. Ratificata per la prima volta nel 2003, è stata costantemente riapprovata dal parlamento israeliano, ultima volta in ordine di tempo pochi giorni fa. La normativa nega a decine di migliaia di famiglie palestinesi il diritto di vivere sotto lo stesso tetto. Come? Impedendo ai coniugi residenti in Cisgiordania e Gaza e sposati con palestinesi residenti in Israele di entrare nel Paese, per vivere una vita normale, nella stessa casa.

In mezzo resta il Muro di separazione, impossibile da varcare anche solo per amore. A battersi contro la legge sulla riunificazione familiare è da mesi un gruppo di attivisti palestinesi, sulla base delle numerose risoluzioni e convenzioni firmate dalle Nazioni Unite che vietano simili normative. Tra questi, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani che dal 2003 ad oggi ha più volte chiesto al governo israeliano di stralciare una legge che nega il basilare diritto dei coniugi alla coabitazione. A farne le spese sono 130 mila coppie palestinesi alle quali restano ben poche opzioni: restare divise o emigrare. Tenendo a mente che l’emigrazione si trasformerà in una trappola: una volta trasferitosi, il palestinese israeliano perderà tutti i diritti di residenza e cittadinanza in Israele, nella sua terra. Per questo non sono pochi quelli che decidono di vivere separati: uno di qua e uno di là, uno con in mano la carta d’identità verde dalla Cisgiordania e l’altro quella blu israeliana. Una necessità imposta dalle normative interne israeliane: nel caso la coppia abbia un bambino, questi potrà ricevere il passaporto israeliano solo se effettivamente residente all’interno dello Stato di Israele e potrà accedere a tutti i benefici, educativi, medici e sociali che alle comunità palestinesi che vivono in Cisgiordania sono preclusi. La campagna Love in the time of apartheid prova a fare pressioni sul governo israeliano o almeno ad attirare l’attenzione su una palese forma di discriminazione: la stessa legge non si applica agli ebrei cittadini israeliani, ma solo agli arabi” (9 maggio).

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