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La cultura dello scarto

Andrea Abbot

Carlo Valerio Bellieni - pubblicato il 17/12/13

Il bravo medico è colui che non interviene limitandosi a far sparire i sintomi, ma che attacca il male alla radice

“Le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti”. Ha detto il Papa Francesco il 5 maggio a Roma. “Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano”.

Queste parole che ci portano con forza nel mistero della difesa della vita: il bravo medico è colui che non interviene limitandosi a far sparire i sintomi, ma chi attacca il male alla radice: dareste ad un malato di tubercolosi uno sciroppo per la tosse o l’antibiotico che distrugge la malattia? Papa Francesco sta facendo proprio questo: ci mostra il reale nemico che prima ancora di essere questo o quel comportamento è la cultura che respiriamo, appestata da decenni e decenni di quello che Benedetto chiamava con riferimento filosofico “relativismo etico”, e lui, sottolineando l‘aspetto sociologico, “cultura dello scarto”.

Cultura del rifiuto

Non possiamo non notare che questa è la prima generazione che crea rifiuti; finora l’idea stessa di “rifiuto” non esisteva perché tutto veniva riciclato riusato, regalato, trasformato. Cinquant’anni fa non esisteva che si uscisse di casa carichi di sacchi di spazzatura; oggi è la norma, in una società che crea per distruggere, che non è affezionata a quello che produce, ma solo al rendimento, in barba al consumo e allo spreco.  Così è nata l’idea di rifiuto che ben presto è diventata un problema sociale sia per l’inquinamento che provoca sia per la perdita di materiale che viene buttato via spesso ancora efficiente. Ma la “società del rifiuto” che consuma e scarta, finisce per farlo con le stesse persone. E qualcuno, anzi molti, finiscono per essere esclusi, anzi per essere non-persone.  Ma ridurre gli individui ad una visione utilitaristica e considerarli solo come consumatori non è solo un problema morale, ma è un problema anche per la medicina, come spiega il «Journal of Intellectual Disabilities» (2012) parlando di un’illusoria utilità del mondo consumista per chi non è “normodotato” e dunque non “consuma” quello che la pubblicità indica e quello che la “crescita del PIL” richiede.

Un terreno fertile?

La cultura dello scarto (o del rifiuto) rende il mondo invivibile e di questo si rendono conto anche personaggi di estrazione culturale laica. Vediamo qualche esempio. Zygmunt Bauman, sociologo polacco, spiega che accanto a quelli urbani, la società consumistica produce “rifiuti umani”, entrambi assimilati da una presunta inutilità e alla fine anche l’uomo diventa un rifiuto, uno scarto così come disabili, bambini non voluti, poveri… l’uomo non perfetto diventa scarto della società. Ma guardiamo il mondo della cultura: viene da ricordare il film «Asini» (1999) in cui Italo (Claudio Bisio) è un quarantenne milanese che vive alla giornata, e verrà chiamato quasi per caso a fare da insegnante di ginnastica in un convento francescano che raccoglie asini (animali da lavoro sempre più indesiderati e inutilizzati) e che dà rifugio a ragazzi orfani e problematici («asini» anche loro, ma in un altro senso). A contatto con questa realtà insolita, Italo dovrà cercare di dare ai ragazzi un ruolo nella vita (insegnando loro a giocare a rugby), dando un senso anche alla propria: tre “periferie” dell’esistenza che diventano scarti: quella del protagonista, quella degli animali e quella dei bambini, ma che uno sguardo buono sa redimere. Un altro film si basa sull’avversione alla cultura del rifiuto: è «Si può fare» (2008). Ancora Bisio nei panni di Nello, un sindacalista che viene trasferito alla Cooperativa 180, una delle tante sorte per accogliere i pazienti dimessi dai manicomi. Dopo alcuni attriti iniziali con i pazienti, Nello decide di far capire loro il vero spirito di una cooperativa coinvolgendoli maggiormente e viene presa la decisione di abbandonare il lavoro assistenziale e di entrare nel mercato diventando posatori di parquet. Dopo il primo lavoro, fallito per inesperienza, riescono ad ottenere un appalto in un atelier d’alta moda, ma il giorno della scadenza della consegna finisce il legno, e Luca e Gigio (Giovanni Calcagno e Andrea Bosca) decidono così, vista anche la loro abilità artistica, di usare gli scarti per realizzare un pannello raffigurante una stella e coprire così l’intero pavimento. L’idea, oltre a venire molto apprezzata, si fa strada e la cooperativa ottiene sempre più appalti. In entrambi i film, si afferma il principio che nulla e nessuno è «un rifiuto»: né i bambini con disagio sociale o i quadrupedi del film «Asini», né i disabili mentali o i pezzi di legno scartati per il parquet di «Si può fare».

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bioetica
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