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I cristiani sono discriminati nelle società occidentali?

AFP/Vincenzo Pinto

Grégor Puppinck - Aleteia Team - pubblicato il 17/12/13


Quando un politico o un giudice ridefinisce la vita, la morte, la famiglia o anche la persona, questo interessa non solo il diritto, ma anche la nostra percezione della realtà, e quindi la verità.

Ad esempio, quando la legge ridefinisce il matrimonio, quando afferma che un bambino è di due padri, due madri o tre padri, è giusto? È questa la realtà? Di quale realtà stiamo parlando, di quella vera o di una realtà fittizia che tuttavia è legale e quindi obbligatoria? Si può parlare di un uomo che è una donna, e dobbiamo credere che lo sia – in virtù dei diritti umani – dal momento in cui ci chiede di farlo? L’uomo, la donna, il feto, il matrimonio, la famiglia, la vita, la morte, la morale sono solo “nozioni” sotto il controllo dell’uomo? Questi diritti soggettivi danno all’uomo la libertà della follia, la libertà dell’essere “libero dalla realtà”. Qual è la differenza reale tra un uomo che grida per la strada “Sono Napoleone!” e un altro che pretende in pubblico di essere la madre di un bambino? Ad ogni modo, questi “diritti” pretendono di definire la verità e sono sostenuti dalla forza dell’autorità pubblica.

Quando obietta contro questa follia, un cristiano può continuare a dire di essere discriminato?

Quella che alcuni cristiani percepiscono come una discriminazione contro di loro è in realtà un’ingiustiziaper se. Quando quindi si richiede a un’infermiera di effettuare un aborto, dov’è la principale causa dell’ingiustizia? Nell’obbligo o nell’aborto? Perché ci sia una discriminazione, dovrebbero esistere situazioni moralmente equivalenti paragonabili tra loro. Un’infermiera disprezzata perché si oppone all’aborto potrebbe affermare che c’è stata una discriminazione a condizione che la sua scelta venga considerata equivalente all’opzione opposta di realizzare l’aborto.

Perché una differenza di trattamento costituisca una discriminazione, le situazioni in questione dovrebbero essere simili. Allo stesso modo, se un giudice crede che le coppie dello stesso sesso siano oggetto di discriminazione rispetto alle coppie omosessuali è perché presuppone l’equivalenza di questi due tipi di coppie. Come risultato, una persona che si lamenta di essere oggetto di discriminazione a causa delle sue convinzioni o del suo credo si colloca nel paradigma liberale relativista. Ciò sarebbe una pura contraddizione visto che la persona pretenderebbe di imporre il proprio giudizio sulla società in nome dell’equivalenza dei giudizi di coscienza. La persona chiederebbe rispetto per la sua intolleranza in nome della tolleranza.

Questo approccio è senz’altro destinato al fallimento. Nella nostra cultura soggettivista, popolata da soggetti presuntamente irrazionali, la coscienza individuale ha perso tutta la sua autorità, tanto che il diritto positivo sarebbe l’unica norma sociale oggettiva accettabile e fattibile: il “pensiero unico”.

I cristiani non dovrebbero cercare di unirsi all’orchestra delle minoranze oppresse. Islamofobia, omofobia, cristianofobia, sono la stessa battaglia? Decisamente no. L’ingiustizia individuale che subiscono alcuni cristiani è il risultato di un’ingiustizia maggiore in relazione alla definizione stessa dell’uomo. Il dovere dei cristiani non è avere una vita esente dai problemi, ma dare testimonianza per tutti. La battaglia oggi si gioca intorno alla determinazione della fonte della moralità, che il mondo cerca di strappare dalla coscienza e dalla Chiesa.

Perché la morale non sia espulsa dallo spazio pubblico e tutte le ingiustizie divengano vulnerabili, l’atteggiamento morale del servizio cristiano è necessario più che mai, per dare testimonianza. Chiedendo di essere tollerato presuppone il fatto di rinunciare ad essere compreso, e quindi di rinunciare a dare testimonianza di colui che è “la via, la verità e la vita”.

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focus liberta religiosalibertà religiosa
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