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Storia del quadro di San Francesco e del bambino che non c’è più

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Colloquio con Krzysztof Bramorski, l’avvocato polacco che si occupa dei bambini malati di cancro

Lo abbiamo visto spoglio quell’appartamento, nelle riprese televisive prima dell’elezione. Lo stile di Francesco, così essenziale e improntato alla semplicità, non ci fa pensare a suppellettili sontuose, a quadri da collezionisti, realizzati con tecniche particolari e con chissà quale valore sul mercato. Ma su una di quelle pareti potrebbe essere appeso un quadro speciale, raffigurante san Francesco, dal valore inestimabile perché quel quadro è il testamento di un bambino che ha combattuto contro una grave forma tumorale ma non ha vinto. A ripercorrere le emozioni di quel dono particolare e dell’incontro con papa Francesco è Krzysztof Bramorski, un giovane avvocato polacco attivo nel volontariato e, in particolare, in una Fondazione che si occupa di bambini malati di cancro. 
 
Krzysztof Bramorski, come nasce questo legame con la Fondazione? 
Posso dire che si tratta di un legame ereditato da mio padre che, oltre venti anni fa, fu invitato dal direttore della clinica la professoressa Jaworska, a occuparsi di questa realtà benefica. Così, nei successivi anni mio padre è stato il primo presidente del consiglio direttivo e quindi presidente del consiglio della Fondazione. Nel 1994 anche io ho iniziato ad adoperarmi nella raccolta di fondi per l’acquisto di macchinari necessari alle terapie e, in particolare, dal 2006 con il mio studio legale organizziamo ogni anno una grande asta di beneficienza finalizzata proprio all’acquisto di strumenti necessari nella cura dei tumori.
 
Come è nata questa visita al Santo Padre e con quali aspettative? 
Nel 2004 ho organizzato la prima visita dei bambini con Giovanni Paolo II in Vaticano e durante il viaggio di Benedetto XVI in Polonia ho promosso un incontro con papa Ratzinger, a Cracovia, nella basilica della Divina Misericordia. Dopo l’elezione di papa Francesco ho provato a chiedere un incontro per questi bambini e, grazie all’aiuto di monsignor Celestino Migliore nunzio a Varsavia, sono riuscito a ottenerlo. Un giorno monsignor Migliore mi ha chiamato dicendomi che il papa ci avrebbe ricevuto in un’udienza speciale appena due settimane dopo. I tempi erano molto stretti ma non potevamo far perdere ai bambini questa straordinaria occasione, così abbiamo organizzato in fretta il viaggio al quale hanno partecipato ventuno bambini o ragazzini di età compresa tra i 2 e i 18 anni, affetti dalle più gravi forme di tumore e leucemie, accompagnati da medici e familiari. 
 
 
Quindi il viaggio a Roma e l’incontro con papa Francesco. Cosa ha significato, per questi bambini che stanno vivendo la dura esperienza della malattia, incontrare il papa? 
 Per tutti questa visita rappresentava più o meno un “viaggio per il miracolo”, aspettavano con ansia e gioia la preghiera alla tomba di Giovanni Paolo II, l’incontro con Francesco, la sua preghiera e la sua benedizione. Presentandoci al Santo Padre ho sottolineato, riprendendo le parole di papa Wojtyla, come quei bambini erano venuti dalla Polonia, da un paese lontano, ma sempre vicino nella fede e nella tradizione cristiana, che portavamo le preghiere di tanti bambini malati, il loro dolore, la loro paura e la loro speranza di riguadagnare salute e poter avere una vita lunga e piena di gioia. Vivere con bambini che non hanno futuro è un’esperienza che tocca nel profondo, ricordo una storia avvenuta nel 2004 mentre attendevamo nel Palazzo Apostolico l’udienza con Giovanni Paolo II. Un ragazzino di 14-15 anni, dopo aver visto che parlavo con una guardia svizzera, mi chiese se fosse possibile imparare una lingua straniera in un anno. Gli risposi di sì, che era giovane e avrebbe imparato velocemente, promettendogli di regalargli un libro che avrebbe potuto cominciare a leggere durante il viaggio di ritorno. Poi mi chiesi perché insisteva tanto sul fatto di imparare in un anno e la risposta me la dette un medico: quel ragazzino sapeva che avrebbe vissuto solo quel tempo. La cosa straordinaria è che quel ragazzo è vivo e può imparare le lingue che vuole! 
 
Qual è stata l’impressione dei bambini incontrando questo papa? 
Francesco è un uomo molto diretto, franco, vero e questo lo abbiamo sentito chiaramente. Non interpreta alcun ruolo è lui e basta e questo i bambini lo avvertono in modo particolare. Da parte sua ha compreso subito le aspettative di quei bimbi che attendevano di sentire, profondamente, la sua presenza, la sua vicinanza, la sua preghiera. Ho avuto modo di stare per tutto l’incontro a fianco del papa ed ho visto chiaramente in che modo pregava con ognuno di quei bambini, con quale amore li benediceva. C’era un silenzio irreale, un’attesa dei cuori che è stata davvero commovente. I bambini, dinanzi a questa carica di amore, sono stati loro stessi e così è apparso persino normale che papa Francesco dovesse stare fermo a lungo attendendo che uno di loro scattasse la sua foto! 
 
Veniamo al quadro raffigurante san Francesco, un dono particolare per il papa, soprattutto per la storia che sta dietro a quel lavoro… 
Il quadro, fatto con la tecnica del collage, rappresenta un san Francesco sorridente, contornato da pecore, caprette, dal lupo, da farfalle e uccelli colorati, in una natura perfettamente armonica. Quel quadro è stato realizzato appositamente per il papa da Pietro, un bambino di neppure dieci anni, che purtroppo è morto un paio di settimane prima dell’incontro con Francesco. Al momento della consegna del dono ho fatto questo doveroso accenno al Santo Padre che, ricevuto il quadro e vistosamente toccato dalla storia, ha chiesto a uno dei suoi collaboratori di portarlo nel suo appartamento. Una ulteriore dimostrazione della sensibilità di papa Francesco che si fa toccare nel profondo del cuore. 
 
Dalla professione di avvocato a promotore di iniziative nell’ambito della solidarietà. Cosa significa vivere questa esperienza a fianco del dolore e, qualche volta, purtroppo della morte? 
Chi ha visitato un ospedale per bambini malati di cancro e leucemie non può andare via senza pensare “devo fare qualcosa”. Ci sono momenti molto difficili, quando si torna alla clinica e non si trova più qualche viso, ma è un’esperienza nella quale i bambini, in modo speciale, fanno capire a noi adulti il senso della vita e della morte. Loro vedono le cose in modo semplice, immediato, come sono, senza complicare tutto come facciamo invece noi adulti. I bambini che sanno di dover morire chiedono come sarà dall’“altra parte” e non “perché”. Segno che abbiamo tanto da imparare da loro, sulla vita, sulla morte e sul senso più vero della fede. 

Fonte La Perfetta Letizia

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