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Papa Francesco: “Ciò che mi piace di più è essere prete”

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Oggi "Padre Bergoglio" compie 44 anni di vita sacerdotale. Fu ordinato presbitero a 33 anni.

di Luis Badilla

Jorge Mario Bergoglio (17 dicembre 1936), Papa Francesco, fu ordinato sacerdote il 13 dicembre 1969 dall'allora arcivescovo di Córdoba, mons. Ramón José Castellano. Aveva quasi 33 anni. Dopo il seminario diocesano (Villa Devoto) l'11 marzo 1958 era entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù. Oggi, dunque, il Papa celebra 44 anni dal giorno della sua ordinazione presbiterale. Racconta la giornalista e scrittrice argentina Olga Wornat che Jorge Mario Bergoglio le disse una volta: "Ciò che mi piace di più è essere prete" e perciò "preferisco essere chiamato padre". In questa semplice frase c'è tutto Papa Francesco e sarebbe buono non dimenticarlo mai anche perché il Papa eletto il 13 marzo scorso è e sarà sempre "Padre Bergoglio".

Il gesuita argentino Guillermo Ortiz, Responsabile attuale dei Programmi in lingua spagnola della Radio Vaticana, conosce padre Bergoglio dal 1974. A lui, padre Ortiz chiese di poter entrare nella Compagnia di Gesù e con lui lavorò, gomito a gomito, undici anni. P. Ortiz ha conosciuto quindi da vicino Papa Francesco, padre Bergoglio, e perciò ricorda molto bene quanto fosse grande, tenace e severa la sua preoccupazione riguardo la migliore formazione possibile dei candidati al sacerdozio. "Il segreto di un buon sacerdote si nasconde nella sua buona formazione", ricordava spesso l'allora Provinciale dei gesuiti. Per Jorge Mario Bergoglio, ricorda Guillermo Ortiz, il prete doveva avere sempre una specie di "marchio": non rinchiudersi mai nelle sagrestie e dunque la sua vita doveva essere permeata "dalla preghiera" e "dalle persone", "ascoltate sempre con molta attenzione e amore" (le famose pecore che impregnano con l'odore il pastore).

Jorge Mario Bergoglio ha sempre amato profondamente la sua vocazione sacerdotale. Ha amato anche il dovere e la fatica della formazione dei nuovi sacerdoti e la cura del vescovo per i suoi presbiteri. Come Provinciale dei Gesuiti in Argentina (1973-1979), Jorge Mario Bergoglio dedicò molte energie ai candidati al sacerdocio e così fece come vescovo. Nella casa gesuita per i giovani candidati al sacerdozio riteneva suo dovere condividere con loro tutti i compiti e tutte le fatiche della comunità: fare il bucato, stendere i panni, dare da mangiare ai maiali, fare la spesa al mercato, lasciando ampio tempo alla preghiera, al silenzio, alla meditazione, alla lettura …
Non si capisce nulla di Papa Francesco se non si tiene conto di questo suo punto di partenza in ogni cosa: il sacerdozio. Basterebbe leggere alcune delle sue omelie in occasione della Messa Crismale (Magisterio sobre el sacerdocio – Nueve homilías durante la Misa Crismal /2004-2012)
Papa Francesco, Giovedì Santo (28 marzo 2013) nell'omelia della Messa Crismale ricordando "l’olio prezioso che unge il capo di Aronne" rileva che questo'olio "non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge le periferie. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione, cari fratelli, non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido … e il cuore amaro". Poi, Papa Francesco aggiunge:

Attenti a chi vuole saccheggiare la fede del popolo
"Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo; questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore: “preghi per me, padre, perché ho questo problema”, “mi benedica, padre”, “preghi per me”, sono il segno che l’unzione è arrivata all’orlo del mantello, perché viene trasformata in supplica, supplica del Popolo di Dio. Quando siamo in questa relazione con Dio e con il suo Popolo e la grazia passa attraverso di noi, allora siamo sacerdoti, mediatori tra Dio e gli uomini. Ciò che intendo sottolineare è che dobbiamo ravvivare sempre la grazia e intuire in ogni richiesta, a volte inopportuna, a volte puramente materiale o addirittura banale – ma lo è solo apparentemente – il desiderio della nostra gente di essere unta con l’olio profumato, perché sa che noi lo abbiamo. Intuire e sentire, come sentì il Signore l’angoscia piena di speranza dell’emorroissa quando toccò il lembo del suo mantello. Questo momento di Gesù, in mezzo alla gente che lo circondava da tutti i lati, incarna tutta la bellezza di Aronne rivestito sacerdotalmente e con l’olio che scende sulle sue vesti. È una bellezza nascosta che risplende solo per quegli occhi pieni di fede della donna che soffriva perdite di sangue. Gli stessi discepoli – futuri sacerdoti – tuttavia non riescono a vedere, non comprendono: nella “periferia esistenziale” vedono solo la superficialità della moltitudine che si stringe da tutti i lati fino a soffocare Gesù (cfr Lc 8,42). Il Signore, al contrario, sente la forza dell’unzione divina che arriva ai bordi del suo mantello.

Esperimentare l'unzione sacerdotale nelle periferie
Il Papa sottolinea: "Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni. Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere la nostra vita sacerdotale passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente.

L'odore delle pecore
"Il sacerdote – conclude Papa Francesco – che esce poco da sé, che unge poco – non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione – si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù".

Dal Sismografo

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