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Chiesa e bioetica, nessuna discontinuità

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Monsignor Gerhard Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, conferma gli orientamenti della Chiesa su questi temi

di Ermanno Pavesi
Segretario generale della Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche, FIAMC

Monsignor Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha tenuto una conferenza sui Fondamenti teologici per la valutazione delle questioni bioetiche e il testo, datato 7 settembre 2013, è stato pubblicato sul sito della Congregazione stessa, ma solo nella versione tedesca [1]. Si tratta di un documento importante che conferma la continuità del magistero sulle questioni bioetiche anche sotto il pontificato di papa Francesco.
Il termine bioetica è stato usato per la prima volta nel 1970 per designare una nuova forma di etica interdisciplinare con un approccio globale ai problemi della vita, quindi non solo di quella umana ma anche di tutti gli esseri viventi. La Chiesa cattolica si è occupata da sempre di problemi di morale, anche per quanto riguarda questioni mediche che venivano trattate dalla medicina pastorale, ma la sua posizione, che presuppone una valutazione morale dell’attività medica e scientifica, è stata fino a qualche decennio fa praticamente una sua prerogativa, poiché gli ambienti laici erano generalmente convinti che gli scienziati fossero sufficientemente responsabili e non avessero bisogno di una sistematizzazione di principi morali per il loro comportamento. Progressi delle scienze biomediche e cambiamenti culturali, che hanno messo in discussione principi prima comunemente accettati, hanno però modificato il quadro, e anche in ambienti laici si è aperta la discussione sugli aspetti etici delle scienze biologiche e mediche. Progressivamente il termine bioetica ha assunto il significato attuale, come viene definito da mons. Müller: “La bioetica formula e verifica regole morali per il comportamento tecnico e scientifico nei confronti della vita in generale e in particolare della vita umana”.

Mons. Müller affronta il tema basandosi su tre importanti documenti del magistero nel campo della bioetica: l’Enciclica Evangelium vitae del beato Giovanni Paolo II del 1995, e due istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede l’Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione – Donum vitae del 1987 e l’Istruzione Dignitas personae su alcune questioni di bioetica del 2008.
Mons. Müller ricorda come l’enciclica Evangelium vitae – che non voleva “presentare nuove prescrizioni morali per temi bioetici, ma che si proponeva piuttosto di confermare la dottrina tradizionale della Chiesa” – denunci le nuove e crescenti minacce alla vita delle persone e dei popoli, e ribadisca la validità dei principi già formulati dal magistero. L’enciclica manifesta inoltre la sua preoccupazione perché gli attacchi alla vita “tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto», al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari” (EV, 11).
L’Istruzione Donum vitae ha ribadito il dovere di rispettare la dignità di ogni essere umano fin dal concepimento, e quindi del rispetto dovuto anche a ogni embrione e feto, con la condanna di forme di fecondazione non naturali, della produzione di embrioni soprannumerari, del loro congelamento e del loro uso come oggetti per la ricerca, invece di considerarli come soggetti.

L’Istruzione Dignitas personae, ha ripreso a distanza di ven’anni i temi della Donum vitae, affrontando le nuove sfide poste dai progressi delle biotecnologie, e criticando, tra l’altro, l’applicazione dell’ingegneria genetica a finalità diverse da quella terapeutica, la clonazione, in particolare degli esseri umani, la ricerca sulle cellule staminali embrionali e i tentativi di ibridazione.
Filo conduttore dei tre documenti, come viene sottolineato anche nelle rispettive introduzioni, è la questione antropologica, il fatto che all’uomo spettano per sua natura una dignità e diritti particolari e quindi la sua inviolabilità, che deve essere rispettata tanto nella ricerca quanto nelle terapie.  Mons. Müller ribadisce anche che i processi vitali naturali hanno leggi proprie e un valore assoluto, chiarendo che non si tratta di una deriva naturalistica, ma della “constatazione, che la sua natura, contemporaneamente corporea e spirituale, contiene proprietà che non possono essere disattese impunemente”. La difesa della dignità umana e il rifiuto di pratiche e tecniche contro la vita si basano non tanto su argomenti teologici, ma su considerazioni di filosofia della natura. „È degno di nota che i documenti non difendono propriamente interessi particolari cattolici, ma affrontano le condizioni della vita e della coesistenza umane, e si fanno difensori in particolare di chi è minacciato nella sua dignità e nei suoi diritti. Sfidano a una riflessione e a un confronto, e mettono in guardia da soluzioni precipitose e pragmatiche che possono mostrare le loro conseguenze negative, o addirittura fatali, solo in futuro“.
L’interesse per la bioetica non si limita quindi ai problemi riguardanti l’inizio e la fine della vita, ma con il progresso delle biotecnologie la possibilità, e quindi il rischio, che queste vengano utilizzate non tanto per scopi terapeutici, ma per finalità eugenetiche o addirittura per modificare il patrimonio genetico dell’uomo, allo scopo di potenziarne alcune proprietà. È chiaro che questo cosiddetto potenziamento, in inglese human enhancement, pretende di modificare la natura dell’uomo e quindi lo snatura, e cerca di creare un uomo nuovo.

„Con le nuove possibilità di diagnosi e di terapia nell’ambito della biomedicina si è di nuovo acceso il dibattito sull’eugenetica. Anche in filosofia ci si occupa maggiormente delle visioni in questo ambito, […] Procedimenti con tecniche genetiche per migliorare o per potenziare il patrimonio genetico (enhancement, gendoping) vengono rifiutate perché favoriscono una mentalità eugenetica, che stigmatizza chi non dispone delle caratteristiche volute, e poiché favoriscono solo quelle caratteristiche che vengono considerate come eccellenti, ma che non costituiscono ciò che è specificatamente umano, e poiché queste tecniche contraddicono l’uguaglianza di tutti gli uomini portando al dominio di alcuni (che stabiliscono i criteri) sulla libertà degli altri. Con il rifiuto delle tecniche di potenziamento il magistero vuole contemporaneamente ricordare l’accettazione della vita umana con tutti i suoi limiti e la sollecitudine delle persone che ci sono affidate (cfr. DP 27)”.

Le biotecnologie possono costituire un grave pericolo per la civiltà umana: già in passato ci sono stati tentativi di manipolare l’uomo, di creare un uomo nuovo, basti pensare alle ideologie totalitarie del secolo scorso, ma questi tentativi si servivano dell’educazione, dell’imposizione di certi comportamenti, dell’ateismo militante, cioè di tecniche che agivano sul comportamento esteriore, ma non intaccavano la natura stessa dell’uomo. Vi sono oggi scienziati che intendono servirsi delle moderne biotecnologie per modificare la natura umana, manipolando, per esempio, il patrimonio genetico, i processi vitali e il funzionamento del cervello. A una bioetica rispettosa della natura e della dignità dell’uomo spetta quindi il compito di contrastare queste visioni utopistiche e prometeiche: “Si deve rilevare infine che nel tentativo di creare un nuovo tipo di uomo si ravvisa una dimensione ideologica, secondo cui l’uomo pretende di sostituirsi al Creatore” (DP 27). E con San Paolo si può ricordare che il vero modo di spogliarsi dell’uomo vecchio e di rivestire il nuovo consiste nella conversione personale (cfr. Col 3,9-10).
 
 
[1]Erzbischof Gerhard Ludwig Müller, Theologische Grundlagen zur Bewertung bioethischer Fragen, http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20130907_bioetica_ge.html

Tratto dal sito Osservatorio Cardinal Van Thuan

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