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Ripartire da una nuova dimensione della solidarietà per evitare i licenziamenti

@DR
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Tassinari (Acli): battersi sempre e in ogni modo per non interrompere un contratto di lavoro. Ripartiamo dal "lavorare meno, lavorare tutti"

In tempo di recessione, il licenziamento non è più un tabù. Spesso adottare una "spending review" interna coincide con il taglio del personale. Siamo di fronte ad una vera e propria prassi giustificata nella gran parte dei casi da uno stato di "crisi aziendale". Ma secondo la dottrina sociale della Chiesa, il licenziamento è una soluzione giusta e giustificabile?

Papa Francesco ha affermato che «seguire gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana, è diventato norma fondamentale e di funzionamento e criterio decisivo di organizzazione. Ci si è dimenticati e ci si dimentica che al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano e c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo, in virtù della sua dignità profonda: offrirgli la possibilità di vivere dignitosamente e di partecipare attivamente al bene comune».

Stefano Tassinari, vicepresidente e responsabile nazionale lavoro delle Acli, ha una sua ricetta per risolvere la questione licenziamento sì-licenziamento no. «L’economia riparte se c’è più solidarietà, no se ci sono più licenziamenti».

Un ente ecclesiastico, civilmente riconosciuto, come deve affrontare il tema del licenziamento?

«Il tema del licenziamento è molto delicato. Diciamo come prima cosa che bisogna fare di tutto per evitarlo. Spendersi per fare in modo che non avvenga anche se la situazione è di estrema gravità. Ecco, bisogna rispettare la legge ma anche qualcosa in più. C’è una dimensione etica di cui tener conto. Certo, molto dipende da come si riesce a gestire l’azienda. L’idea di fondo è che il licenziamento sia successivo a questa dimensione».

Si spieghi.

«Un datore di lavoro ha il dovere di gestire un’impresa in maniera trasparente e consegnandole sempre una stabilità. Quindi deve investire nella qualità del lavoro, deve investire nella giusta direzione per centrare quell’obiettivo. Se accade questo, ci sono molte più possibilità di stabilizzare i lavoratori. Invece, come le dicevo se la situazione economica è drammatica prima di ponderare l’ipotesi licenziamento devono scattare meccanismi come i contratti di solidarietà oppure si può utilizzare l’ammortizzatore sociale in maniera quanto più costruttiva possibile».

L’ammortizzatore non è un rimedio lenitivo?

«Assolutamente no. L’azienda deve puntare sui suoi lavoratori, migliorare la loro formazione e le loro qualifiche. L’uso dell’ammortizzatore sociale deve avere quella prospettiva, non la mobilità. In quel modo non è più concepito come lenitivo e accolto meglio anche dai lavoratori».

Il licenziamento resta sempre una extrema ratio?

«Senza dubbio. In fasi come l’attuale devono scattare meccanismi di solidarietà, il primo dei quali deve vertere su questo principio: lavorare meno, ma lavorare tutti. Questo è un tema che tornerà di moda anche in paesi emergenti che, come la Cina, stanno facendo comunque i conti con la crisi economica. Allora ecco perché contratti come i part-time vanno resi sempre più a tempo indeterminato. In quel modo si riescono ad assumere più persone e quindi si allenta la morsa della disoccupazione. Certo si guadagna di meno e si è precari, ma in questo momento è meglio del non lavorare. Insomma la parola d’ordine è solidarietà. E le faccio un altro esempio».

Prego.

«Ci sono dei meccanismi di bando nell’assistenza domiciliare secondo cui la cooperativa vincente deve fare in modo di supportare un impiego del personale previsto dalla cooperativa che ha perso il bando. C’è un impegno ad assumere persone oltre il proprio recinto. Guardi che scattando tutta questa catena di solidarietà, si riescono ad ottenere risultati importanti in termini di occupazione. E’ necessario redistribuire meglio le risorse a disposizione, le opportunità che si hanno di fronte. Ma è chiaro che questo discorso non si può circoscrivere ad aziende e lavoratore, ma deve avere uno sguardo lungo».

Quale?

«Anche la politica deve aiutare a costruire questa dimensione della solidarietà, che è una dimensione produttiva e consente di accettare meglio anche la precarietà nella speranza che il ciclo economico riparta e si possano consegnare prospettive più certe alle nuove generazioni».

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