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Un Pil che torna a crescere non migliora le condizioni degli italiani

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Prof. Felice: il contesto socio-economico resta drammatico. Recessione finita? Una valutazione errata. O riforme o sempre più alto rischio povertà

L'Italia è fuori dalla recessione, secondo quanto scrive su Twitter il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni. "Istat certifica lo stop della recessione. In ripresa import, export e produzione industriale. Ancora molta strada da fare ma la direzione è giusta", scrive l'ex direttore generale della Banca d'Italia (Avvenire, 10 dicembre).

Per il Pil italiano è ancora calma piatta: variazione pari a zero, nel terzo trimestre rispetto al secondo. Ma è una ben magra soddisfazione. Siamo in una apnea pericolosa: il Pil non è sceso ancora per via della variazione delle scorte, che sono aumentate, contribuendo positivamente alla formazione del prodotto, con un +0,6%. La domanda estera netta, invece, ha messo il segno meno, con lo 0,4%. L’andamento della domanda nazionale, al netto delle scorte, è stata negativa per -0,2%. (Formiche.net, 11 dicembre)

Un Pil in salita non è sinonimo di miglioramento delle condizioni socio-economiche del Paese. Nè dà certezza sulla fine della recessione. Di tutto questo ne è convinto il professore Flavio Felice, presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton.

Professore, i dati del Pil tornano col segno positivo. Una tendenza soddisfacente?

«I dati positivi vanno sempre accolti con soddisfazione. Il fatto che il Pil non sia negativo, come indicavano le previsioni, è un fatto che fa ben sperare rispetto ad un punto».

Cioè?

«Mi riferisco alle riforme. A quelle riforme necessarie a far uscire il Paese dalla crisi in cui versa. Di certo non possiamo parlare di ripresa se c'è qualche decimale di Pil positivo».
 
Vede ancora molte nubi sull'Italia?

«I punti nebulosi permangono. La crisi che vive il nostro Paese non è meramente economica, ma istituzionale, sociale, culturale. Quando ascolto il Ministro dell'Economia che dice "la recessione è terminata", resto piuttosto perplesso. Mi auguro, invece, che volesse intendere che lo sforzo che si sta facendo, in termini di realizzazione di riforme, sarà agevolato da un Pil non più negativo. Un dato che consentirà in maniera più tranquilla di agire sulla leva economica e produttiva, e non su quella fiscale».

In sostanza lei dice che c'è poco da rallegrarsi.

«Assolutamente sì. Lo scenario economico non è cambiato. Ma torna ad essere incoraggiante, come dicevo, solo se la politica e le istituzioni hanno la forza immediata di attivare un percorso di riforme».

Quindi un ritorno al Pil positivo non coincide, nel caso dell'Italia, con un miglioramento del contesto socio-economico di un Paese.

«Purtroppo è così. Un aumento del Pil può essere il risultato di condizioni esterne favorevoli, le cui ricadute a livello sociale e civile sono praticamente nulle. Invece il miglioramento inizia a percepirsi se l'innalzamento del Prodotto Interno Lordo diventa strutturale. Quello che voglio dire è che, al momento, il treno della ripresa sta realmente passando e un po’ di aria fresca mossa dal treno accarezza anche i nostri volti. Temo però che ci si accontenti dell’aria fresca in faccia e che si perda l’occasione di prendere il treno, che poi è l’unica cosa che realmente conta e che ci consentirebbe di uscire dalla crisi. Vorrei ricordare al Ministro che, passato il treno, finirà anche quel po’ di aria fresca che adesso sembra ristorarci. Mi perdoni la metafora».

Prego.

«Gli altri Paesi che hanno già fatto le riforme si agganceranno al treno che passa. Noi, invece, rischiamo di accontentarci dello spostamento d’aria. Certo, possiamo sentirci beati perché l'aria ci rinfresca leggermente il viso, ma poi c'è il rischio che torni l'afa e il beneficio terminerà presto. Con questo voglio dire che il sistema produttivo soffre per l'assenza di riforme che consentano un mercato del lavoro più efficiente, una burocrazia più snella, un vantaggio competitivo. Le condizioni minime e necessarie per avere maggiore occupazione e una busta paga più soddisfacente per i lavoratori».

Lo spettro della povertà si agiterà ancora per molto sull'Italia?

«Guardi. Il rapporto Censis in tal senso è emblematico. Descrive un Paese stanco, che non sogna e non spera. Non nascono nuove imprese, si torna ad emigrare e gli studenti sono poco preparati. Con questa fotografia e in assenza di una scossa politico-istituzionale che sia capace di cambiare il sistema Italia in tempi brevi, il quadro economico del Paese sarà destinato a non evolversi». 

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