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I musei italiani, una memoria ricchissima a rischio genocidio

I musei italiani, una memoria ricchissima a rischio genocidio

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia Team - pubblicato il 11/12/13

Per la prima volta l’Istat ha disegnato una “mappa” completa di musei, monumenti e aree archeologiche in Italia: ne emergono ampie criticità, sia riguardo alle strutture che ai visitatori

Finora questo mondo ricchissimo era per lo più sconosciuto. La rilevazione Istat, condotta con la collaborazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, le Regioni e le Province autonome, fa luce sulla totalità delle istituzioni culturali, pubbliche e private, attive nel nostro Paese. I dati della ricerca ci raccontano di un’Italia disseminata di strutture museali e monumentali, piccole e grandi, ma che si trovano per lo più in condizione di grande sofferenza economica, una situazione che impedisce anche lo sviluppo di attività didattiche, di promozione e digitalizzazione.

Inoltre, appare chiaro che i visitatori italiani sono assai più distratti nei confronti della cultura rispetto a quelli stranieri, che sono circa 7 su 10. Tra i pochi dati incoraggianti, come spesso ci capita, c’è quello dei tanti volontari, circa 16.000, di supporto ad un personale assunto che, come vedremo più avanti parlando del caso concreto di un ente storico, la Fondazione Mandralisca di Cefalù, si trova a lavorare in condizioni di grande difficoltà e di scarse prospettive. Per analizzare i dati della ricerca, ci siamo rivolti ad una delle studiose che l’hanno condotta, la dottoressa Annalisa Cicerchia, primo ricercatore dell’Istat.

Qual è il significato di questa ricerca, la prima in Italia?

Cicerchia: Fino a questo studio, quando in Italia si parlava, bene o male dei musei, si faceva sempre e solo riferimento ai meno di quattrocento musei statali, gli unici regolarmente sottoposti a monitoraggio. Tutti gli altri, che sono più di dieci volte tanto, non venivano mai presi in considerazione, e non parliamo solo di piccole realtà, ma anche di realtà civiche molto significative. Per la prima volta è stato aperto un sipario su una realtà che ci rende davvero particolari: in Europa abbiamo una situazione comparabile solo con la Germania, dove ci sono circa 6.000 strutture di questo genere. Questa ricerca ci fa capire come funziona da una parte il sistema della memoria, della conservazione del patrimonio, dell’identità, e dall’altra parte capire come funzionano i servizi delle comunità locali. E allora vediamo questa grande diffusione di strutture, grandi ma molte anche piccolissime, che sono nati per la gran parte tra la fine della seconda guerra mondiale e il 2010, e quindi col bisogno del Paese di affermare la propria identità. Inoltre, i numeri di questo report danno l’idea di un mondo nel quale la dimensione del volontariato, la motivazione e la partecipazione, è molto significativa, tant’è che i numeri medi della dotazione del personale sono bassissimi, ma c’è un alto numero di volontari.

La ricerca ci restituisce due fotografie, quella dell’offerta delle strutture stesse e quella del coinvolgimento dei visitatori. Cosa ci mostrano?

Cicerchia: Rispetto alla seconda, noi con un’altra indagine che facciamo ogni anno ne seguiamo un po’ l’andamento. Bisogna dire che ci sono grandi diversità di comportamento tra Sud e Centro-Nord. Nel confronto, il primo mostra livelli molto bassi di partecipazione. Inoltre c’è anche grande diversità, probabilmente legata all’offerta, tra la partecipazione di chi risiede nei piccoli centri – come lei sa circa la metà dei comuni italiani hanno meno di 5.000 abitanti – rispetto alle grandi aree metropolitane, dove l’offerta è più concentrata. Nella nostra ricerca annuale, anno dopo anno, si vede che la quota di italiani che dichiarano di aver visitato negli ultimi dodici mesi almeno una volta un luogo di cultura (museo, galleria o area archeologica) purtroppo si va riducendo, e questo comportamento, se lo paragoniamo a quello dei nostri vicini europei, non ci fa fare una bella figura. Infatti, alla stessa domanda, il 75% degli inglesi adulti risponde di aver visitato un museo, così come il 61% dei francesi: in Italia siamo al 28%. Sono cifre incomparabili. Quello che emerge è che laddove c’è una funzione di avvicinamento, di affiancamento da parte della scuola, nelle fasce d’età che sono ancora in quell’area, la conoscenza dei musei è un po’ maggiore. Non appena la scuola cessa la sua funzione e si passa ai giovani adulti, i livelli di partecipazione si contraggono. Questo è legato anche al fatto che la scuola, per ragioni economiche, di personale, ecc. non può più garantire questa funzione di introduzione come faceva in passato.

In quei Paesi che ha citato la didattica museale è molto sviluppata. Si segnala anche da noi qualche miglioramento in questa area?

Cicerchia: Guardi, i dati che noi abbiamo pubblicato sono una fotografia, non abbiamo serie storiche da offrire rispetto ai servizi di aiuto alla visita, le attività didattiche, i percorsi specifici per i bambini, i programmi per i giovani, ecc. I numeri che abbiamo però sono molto lontani da quelli degli altri Paesi. Si vede che è un mondo che ora sta esercitando in misura minoritaria queste attività. Probabilmente ci si sta attrezzando. Alcune funzioni sono ancora molto basse: si pensi che meno del 10% delle strutture italiane offre l’accesso Wi-Fi, che invece fuori dai confini italiani è quasi un fatto automatico, anzi si va nei musei proprio perché li si sa che c’è l’hot spot, oppure al fatto che il valore percentuale di chi pubblica i programmi online, dà informazioni dinamiche o è presente sui social network è al 13%. Qualcosa si sta cominciando a muovere, però con una grande differenza tra musei grandi e piccoli, distinti ovviamente per capacità di investimento, ma forse anche per un fatto di tradizione; ad esempio, colpisce che le biblioteche comunali, che non è che sono più ricche dei nostri musei, hanno il Wi-Fi gratuito nel 78% dei casi. Questo segnala anche una domanda sociale diversa di servizi da parte del museo che è cambiata nel tempo, e i musei stanno preparandosi, purtroppo proprio nel momento in cui vengono meno le risorse, come i dati sulla dimensione economica mostrano. Gran parte delle risorse va nella gestione del personale e del funzionamento ordinario, quindi c’è difficoltà a ricavare energie extra per le attività didattiche e di divulgazione. Certo, sulla base di questi dati si dovranno fare ulteriori approfondimenti. Ad ogni modo – questo è un mio parere personale – non credo che tutti i musei debbano essere grandi e popolari, alcuni sono giustamente di nicchia, più di conservazione e ricerca che non di divulgazione, altri devono essere invece molto più rivolti ad avere una funzione di comunicazione, di scambio, di apertura di un pubblico anche non tecnico.

Tra le strutture dedicate alla conservazione a cui si riferisce la dottoressa Cicerchia c’è il Museo di Mandralisca, a Cefalù, nato come Liceo nel 1864 per volere del barone Enrico Piraino di Mandralisca, mecenate che desiderava così tutelare il patrimonio della famiglia, e trasformatosi poi in Fondazione. Oltre ai beni mobiliari e patrimoniali della famiglia, nel tempo il Museo si è arricchito di oggetti e beni artistici importanti, tra i quali spicca il celebre Ritratto d’uomo di Antonello da Messina. Oggi questo Museo convive ogni giorno, come tanti altri con il rischio della chiusura, come ci ha raccontato Vincenzo Cirincione, segretario della Fondazione Mandralisca.

Come ha vissuto questo museo fino ad oggi?

Cirincione: La Regione ha sempre garantito contributi stabiliti a priori ad una serie di enti, tra i quali il nostro museo, e anche ad associazioni che facevano un’attività una tantum. Il Museo Mandralisca è gestito da una Fondazione privata, che con i propri mezzi non riesce ad assicurare la gestione annuale, nonostante gli incassi – circa 70.000 Euro annui per una quota di 19.000-20.000 spettatori – siano discreti per un museo privato qui in Sicilia, soprattutto se lo paragoniamo con certi musei dipendenti dalla regione che fanno pochi visitatori l’anno e hanno un gran numero di dipendenti e costi alti. Noi abbiamo otto dipendenti effettivi: un amministrativo, cinque custodi, un bigliettaio e un addetto tecnico. In più siamo coadiuvati da dieci lavoratori socialmente utili, pagati dall’INPS con fondi regionali, che ci permettono di allargare la nostra attività, ad esempio, l’orario di apertura continuato. Quindi noi viviamo grazie al contributo regionale, più che altro: c’è una legge regionale che individua la Fondazione Mandralisca insieme ad altre tre strutture, la Fondazione Piccolo di Capo d’Orlando, il Museo delle Marionette di Palermo e il Museo del Papiro di Siracusa, meritevoli di un contributo annuo.

E cosa è successo quest’anno?

Cirincione: Ora il contributo di questa legge la regione l’ha fatto traghettare, pur rimanendo sulla carta la legge, nella Tabella H, “famosa” qui in Sicilia, un carrozzone clientelare su cui sono saltati tutti. Giustamente, a questo punto, il governo Crocetta ha tirato le redini, per cui si è cercato di fare diversamente, però a questo punto, come diciamo noi, “chi piange è il giusto per il peccatore”, quindi ci siamo andati di mezzo pure noi. Quest’anno, dunque, anziché stabilire i contributi a priori con le inevitabili discussioni che c’erano qui in Sicilia, perché era diventato un fatto clientelare, si è stabilito di azzerare tutto, di non dare contributi, e di indire un bando a cui potevano partecipare enti ai quali veniva assegnato un certo punteggio sulla base delle attività, ecc. Questa procedura si è chiusa in questi giorni. Noi abbiamo dovuto presentare questo bando, ma lei capisce che noi per tirare avanti non possiamo sottostare tutti gli anni ad un bando che può andare bene ma può anche non andare bene. Noi dovremmo avere qualcosa che ci assicuri la continuità. In questi giorni la Regione ha stabilito le cifre da distribuire, e a noi, pare, perché ancora di ufficiale non c’è nulla, dovrebbe arrivare una somma che ci consentirà di chiudere la gestione di quest’anno. Consideri che noi non siamo pagati da maggio, ormai sono sette mesi. E l’anno venturo che succederà? Quindi non posso che dire che la chiusura sia sempre dietro l’angolo, perché non abbiamo nessuna tranquillità per poter programmare il futuro. L’unica certezza è la buona volontà di chi lavora qui.

Avete pensato a cercare fondi privati?

Cirincione: Guardi, qui i nostri amministratori si sono mossi pure in questo senso. Ma siamo in Sicilia: a livello locale, anche per piccole attività culturali che si fanno, di raccolta fondi per iniziative culturali, la gente non è tanto propensa a rispondere positivamente. Del resto la cittadinanza considera questo museo come un tesoro da preservare, ma a sollevare il problema siamo soprattutto noi che ci lavoriamo.

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