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Sulla Messa aziendale

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http://www.cronachemaceratesi.it/2012/12/24/messa-in-fabbrica-alla-nuova-simonelli/273218/

Roberto Beretta - Vinonuovo.it - pubblicato il 10/12/13

È bello ritrovarsi, una o due volte l'anno, per celebrare la liturgia nel luogo in cui si passano tante ore di lavoro. Purché non diventi un rito di facciata

È dell'altro giorno la notizia che all'imbocco della galleria dell'alta velocità, in Val di Susa, non trovano un prete che voglia celebrare la messa e benedire il cantiere: hanno tutti paura di ritorsioni no-Tav… Invece in molti altri ambienti di lavoro questo periodo di Natale è il momento preferito per celebrare le cosiddette messe aziendali. Parlo delle numerose realtà cattoliche di assistenza (ospedali, case di riposo, enti per disabili) o educative, ma anche di società e aziende in cui la componente religiosa è per varie ragioni fortemente sentita.

E' bello – quando è sincero – questo libero ritrovarsi, una o due volte l'anno, per celebrare la liturgia nel luogo stesso in cui si passano tante ore di lavoro, quasi consacrando l'ufficio e la fabbrica dove la fatica e il sudore hanno già in certo qual modo sublimato lo sforzo umano in una partecipazione alla creazione, obbedendo all'imperativo biblico di trasformare la Terra e a quello evangelico di mettere a frutto i propri talenti.

Non vedo nulla di male – anzi! – nel celebrare i riti sullo stesso tavolo dove si batte al computer o si svolgono le riunioni, per esempio (non tutti hanno una cappella in casa…) e dove magari, finita la messa, si taglierà il panettone per scambiarsi gli auguri, come in una fraterna comunità. Mi pare un esempio di quello che dovrebbe essere un'eucaristia: un'offerta a Dio dei frutti del proprio lavoro, perché li trasformi nel pane che ci rende un'unica famiglia. Ed è anche un avallo, di fatto accettato volentieri pure dalle gerarchie più legaliste, di una messa "normale", un convito-sacrificio che si svolge in un contesto di vita vera, senza bisogno di pizzi e merletti, di ori e di gregoriano, di discussioni sull'orientamento del celebrante e sulla comunione in bocca o sulla mano…

Quando tutto ciò è sincero, scrivevo però poc'anzi; e non senza ragione. Perché purtroppo è legge dell'umano che persino le iniziative migliori, allorché diventano tradizioni di gruppo, si prestino a trasformarsi in quello che non dovrebbero essere, quasi avessero dentro un tarlo invisibile che alla fine rende inevitabilmente cariata la struttura stessa che le sostiene. Applicando la metafora nel caso in questione: quante "messe aziendali" si tramutano appunto in una parata ipocrita di immagine, con tutti i vertici schierati davanti al prelato invitato per l'occasione (e più il celebrante è alto di grado, migliore è la figura che si fa), per dare l'impressione di essere una buona "famiglia cristiana"… Mentre i dipendenti, ovviamente lasciati sempre liberi di partecipare, si sentono però quasi obbligati o a volte se ne fanno un dovere sociale: perché "non esserci" potrebbe essere notato…

Qual è la soluzione – mi direte a questo punto: abolire le messe in fabbrica o in ufficio? Di sicuro è indispensabile impedire con tutte le forze e l'inventiva di cui si è capaci che diventino un rito di facciata, anche a costo di stravolgere un po' gli schemi (e negli ambienti gerarchizzati del lavoro è una faccenda di solito parecchio complessa). Altrimenti succede come nel parallelo laico delle "cene aziendali" di Natale; sarebbe triste, per una messa.

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