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La protesta dei Forconi è il sintomo del disagio sociale che sta esplodendo

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia Team - pubblicato il 10/12/13

La crisi logora l'Italia e la piazza diventa il luogo preferito per urlare (e arrabbiarsi) contro la politica

Continuano i disagi per le proteste del movimento dei Forconi soprattutto in Piemonte e Liguria, con presidi tra Imperia, Genova e Torino. Circolazione delle auto in tilt nel capoluogo piemontese per due cortei in centro, mentre a Roma sono state rafforzate le misure di sicurezza intorno a Palazzo Chigi, Palazzo Madama, Quirinale e Montecitorio. I leader del movimento, ribattezzato "Coordinamento Nazionale per la Rivoluzione", affermano che la protesta è contro la legge di Stabilità e i costi della politica, e se passasse la fiducia al governo Letta, sarebbero pronti ad azioni clamorose anche nella Capitale.

«Ciò che in generale caratterizza la giornata è l’assenza di “sigle”, anche di quelle sindacali, già note: ogni presidio sta raccogliendo tanto cittadini della più diversa provenienza (studenti e pensionati, lavoratori di settori diversi o atipici, precari e disoccupati), sia gruppi più estremisti, in particolare in alcuni casi di ultras o di militanti di movimenti di destra» (Tempi.it, 10 dicembre).

«Nell’ultimo rapporto del Censis si faceva riferimento all’assenza di conflitto sociale. Sembrava questo uno dei temi su cui interrogarsi. Al contrario era invece prevedibile che covasse nella società italiana la dimensione del disagio, del rancore, della povertà, delle difficoltà causate dalla crisi, e tutto questo inevitabilmente presupponeva perlomeno forme di resistenza. Quella a cui stiamo assistendo è una fenomenologia del conflitto che si intravede nella composizione sociale di questo rancore. La sensazione di chi protesta è di essere parte di una maggioranza amplissima di persone colpite dagli effetti della crisi» (Aldo Bonomi su Avvenire, 10 dicembre).

«Ecco cosa è accaduto mentre in Italia si rendeva potere indiscutibile ad una casta privilegiata di politici autonominati dalle segreteria di partito, che hanno succhiato risorse per l’autofinanziamento, mentre non facevano nulla per le riforme. E’ accaduto che le sofferenze della povera gente sono rimaste senza rappresentanza, si sono aggravate e la speranza di risollevarsi è stata annientata. Uno spazio enorme di opinione che vede in azione cento nuovi gruppi alla caccia delle porte da abbattere per penetrare nei luoghi del potere e "cambiare tutto"» (Aldo Brandirali su Il Sussidiario, 9 dicembre).

«Il problema non è solo quello della pressione fiscale, in quanto gli scioperanti stanno reclamando anche una maggiore attenzione rispetto ai diritti civili, stanno cercando di affrontare una protesta che coinvolga anche gli studenti, i giovani riguardo al loro futuro lavorativo. Ecco, la sensazione che si ha è che si stia allargando a macchia d’olio una protesta che, lanciata dagli autotrasportatori, stia riguardando in realtà una situazione che forse non possiamo definire di immobilismo, ma certamente di lentezza rispetto ai problemi che la nostra Nazione sta vivendo a 360 gradi» (Tommaso Cozzi a Radio Vaticana, 9 dicembre).

«Non è capitato in tutto il ‘900 e neanche nel ‘29 di avere sei anni di crisi continuata. L’anno prossimo sarà il settimo. Ci si dovrebbe porre semmai la domanda contraria: come mai solo adesso arrivano i ‘forconi’ e non prima? In altre epoche storiche il disagio si sarebbe manifestato in modo molto più rapido e intenso» (Paolo Feltrin all’Agenzia Sir, 10 dicembre).

In controtendenza il giudizio sulla protesta del settimanale Famiglia Cristiana, che titola: «i forconi non salvano l’Italia». «Gli uni accanto agli altri – si legge sul portale del settimanale – si sono ritrovati per strada camionisti, commercianti, artigiani, disoccupati, ma anche ultrà e frange di destra. A dire il vero la sezione torinese dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) aveva offerto notizie ed elementi utili per riflettere, tra cui il coinvolgimento di Forza Nuova. Il movimento dei "forconi", che dice d’essere nuovo di zecca, si presenta in realtà con un retrogusto amaro. Antico. E sgradevole. Al di là delle mille ragioni che pure esistono per essere scontenti, in Italia, oggi».

Tags:
crisi economicaeconomiapolitica
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