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L’austerità porta al baratro, i consumatori hanno bisogno di fiducia

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Vecchi: subito una politica economica espansiva, bene il reddito minimo garantito

In due giorni l'Italia è finita sotto il torchio dei dati Inps ed Eurostat, e di un'analisi piuttosto deprimente del Censis. Il quadro socio-economico del Paese è in grande affanno. Secondo l'Inps il crollo del potere d'acquisto è calato del 10% in 4 anni, dal 2008 al 2012; e quasi un pensionato su due vive con mjeno di mille euro al mese. Per l'Eurostat, insieme alla Grecia, l'Italia è il paese a maggior rischio povertà tra quelli della Ue. Infine il Censis tratteggia un Paese dove le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese e le persone sono infelici e scontente del loro tenore di vita.

Ma come uscire dal pantano? Aleteia ne ha discusso con il professore Giovanni Vecchi, docente di Economia politica all'Università di Roma «Tor Vergata».  

Professor Vecchi, partiamo dal crollo continuo del potere d'acquisto. Lei come lo spiega?

«L'Italia e l'Europa hanno seguito una strada sbagliata, quella del rigorismo. Una teoria che nasce sulla base di un equivoco. Ci sono stati dati del 2010, come quelli diffusi da un'analisi di Alberto Alesina, secondo cui l’austerità imposta dalla Germania e dalla Bce, allora guidata da Trichet, stava dispiegando i suoi frutti positivi sulla crescita dell’eurozona. Grazie ai tagli alla spesa pubblica la crisi si sarebbe risolta in fretta, e razionalmente si sarebbero innalzati domanda e consumi, e il reddito sarebbe cresciuto».

Invece?

«Invece è scoppiata la più grave contrazione economica dalla Grande Depressione. Il Fondo monetario internazionale ha pubblicato in questi mesi alcuni studi che hanno evidenziato come questa posizione pro-austerità sia stata smentita dalla realtà della crisi dei debiti sovrani dell’eurozona. Il problema di fondo è che si è registrato un crollo della domanda aggregata che ha aggravato la crisi e ha peggiorato la sostenibilità del debito. Negli Stati Uniti è stata sostenuta una politica fiscale e monetaria diversa, che ha spinto la crescita. Noi stiamo ancora soffrendo l'eccesso di rigore».

Che prezzo paghiamo in termini di crescita delle diseguaglianze sociali?

«Questo scenario incide molto sulle diseguaglianze. Avremo bisogno di tutt'altro, ma con la Bce che continua a dare credito alle banche, che usano il credito per le loro attività finanziarie, la situazione è destinata a peggiorare. Aumenteranno ancora di più le distanze tra ricchi e poveri».

E' un fatto positivo che cresca la spesa per gli ammortizzatori sociali?

«E' positivo se la crescita è rivolta ad una proposta interessante».

A che si riferisce?

«Al reddito minimo garantito, ovvero integrare fino a standard minimi, il reddito di quelle persone che sono al di sotto di una certa soglia. Un discorso del genere è diffuso in quasi tutti i Paesi europei. Ma sostenere il debito delle famiglie costa e quindi il Governo, pur essendo favorevole ad un provvedimento di questo tipo, non ha potuto introdurlo. O meglio, lo ha introdotto solo nelle grandi città rifinanziando la social card. Ma mi auguro che il percorso del reddito minimo garantito si porti a termine. Meglio difendere il potere d'acquisto delle persone, anziché un posto di lavoro che non ha futuro».  

Ma lei crede che il 2014 sia davvero l'anno della ripresa?

«Sicuramente ci sarà una ripresa, ma sinora le previsioni sono state sempre riviste al ribasso. Vero è che il fondo, ad un certo punto, viene toccato e dunque bisogna per forza risalire la china. Pertanto, impariamo dagli errori del passato e accompagniamo manovre più espansive per migliorare la nostra condizione economica. Secondo me è positivo che la Germania abbia deciso di aumentare i salari nel proprio Paese e spero che in futuro un surplus della bilancia commerciale tedesca sia utilizzata per finanziare investimenti e migliorare la politica economica e monetaria dell'eurozona».  

Intanto Eurostat sostiene che l'Italia è a rischio povertà.

«Noi abbiamo una camicia di forza che è il fiscal compact. Abbiamo vincoli stringenti per il rientro del debito. Ma se lo sforzo che si chiede all'Italia non è accompagnato da una politica monetaria di supporto da parte della Ue, il quadro economico del nostro Paese non migliorerà e il rischio povertà sarà crescente. L'Europa deve aiutarci a superare questa fase».

Nell'attesa che l'Europa ci tenda la mano, il Censis sostiene che siamo un Paese di giovani in fuga all'estero e di persone infelici.

«La fotografia del Censis è reale. Nel Paese c'è meno fiducia di prima. I progetti per il futuro sono in calo, e basti far riferimento al numero di imprenditori disposti ad avviare un'azienda, o al bassissimo tasso di natalità. Certamente non siamo un Paese appetibile per i giovani. Oggi diciamo di avere un Primo Ministro "giovane" (Enrico Letta ndr) ma in realtà ha quasi 50 anni. Sulla felicità, studi hanno accertato che dipende da alcuni fattori: dalla capacità di stabilire relazioni; dalla capacità di intraprendere sfide per arrivare a una determinata meta. In questo contesto la situazione economia è causa ed effetto dell'infelicità».

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