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La religione in rete: tra orgoglio identitario e pregiudizio

@DR
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Un libro di Roberto Rapaccini approfondisce i rischi a cui si espone chi vuole conoscere e discutere di fede e spiritualità in Internet

La sua esperienza la porta a sostenere che il web sia più strumento di omologazione o di differenziazione?

Giaccardi: Ovviamente c’è un effetto legato alla dimensione quantitativa. Cioè, per avere più follower si tende ad assumere atteggiamenti che scivolano verso l’eccesso, oppure ad accontentare i gusti, a cercare di assecondare ciò che si crede essere più popolare. Sono tutte dinamiche che tra l’altro appartengono anche alla vita sociale in quanto tale. Però io credo che la dimensione del pluralismo sia salvaguardata in rete molto più che negli altri media, dove c’è ormai una colonizzazione che non escludo possa avvenire in futuro anche in rete, ma che per il momento non è ancora così evidente. C’è ancora in rete una certa possibilità di ascoltare voci plurali e diverse. I fenomeni di mimetismo, anche di seduzione, ci sono ma ci saranno sempre, perché fanno parte della vita sociale. Però non è ancora un ambito colonizzato. Ed è un ambito con cui gli altri media si devono confrontare. Questo secondo me è un bene, perché rompe un po’ alcuni sistemi che sono irrigiditi e che favoriscono più il pregiudizio che la conoscenza.

La rete ci ha reso più tolleranti, meno tolleranti, o ci ha lasciato più o meno inalterati nella nostra natura?

Giaccardi: In questo caso, vorrei contestare la formulazione della domanda. Nel senso che la rete non ci rende più o meno qualcosa. Non è la rete che ci rende, come non è l’alcol che ci rende alcolisti, come non è la strada che ci rende teppisti. La rete semplicemente ha amplificato, questo sì. E’ un moltiplicatore, la rete. Rende molto più visibili e più contagiose certe dinamiche. Però la verità è che noi siamo solo apparentemente tolleranti, ma in realtà lo siamo molto poco. Scambiamo la tolleranza con l’accettazione delle piccole differenze che non ci disturbano, ma questa non è una vera tolleranza. La rete forse un po’ ci provoca, perché c’è dentro di tutto, senza tanti filtri. Sono rimasta molto colpita qualche giorno fa quando ho letto un articolo sulla pagina online del Corriere della Sera, dove si raccontava del barcone con i migranti al largo delle coste calabresi in balia di una tempesta: tra i commenti in fondo che rispondevano alla domanda “come ti fa sentire quest’articolo?”, la risposta più frequente era “divertito”. Questo a me ha dato la misura di una civiltà incivile, in cui la dimensione della tolleranza si rivela per quello che è, cioè un’ipocrisia: finché l’altro non ci dà fastidio lo tolleriamo, nel momento in cui invece ci chiama in causa in qualche modo allora diventiamo subito sprezzanti o disumani. La rete non incide su questo, ma amplifica le nostre debolezze, e magari ci costringe a riflettere su questo nostro individualismo di cui siamo impregnati. E forse, proprio perché la logica della rete è una logica connettiva, ci rende più evidenti i limiti culturali dell’individualismo e può costituire uno stimolo se non altro a rivedere certe modalità in modo più relazionale e più rivolte all’altro, anche più rispettose dell’altro.

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