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La religione in rete: tra orgoglio identitario e pregiudizio

@DR

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 03/12/13

Dunque, il pregiudizio religioso che viaggia in rete nasce il più delle volte dal mondo reale, solo che in Internet trova una via più favorevole?

Rapaccini: Sicuramente, perché Internet è uno strumento sempre più invasivo della nostra realtà. E poi è il mezzo secondo il quale, con meccanismi diversi, si fonda l’opinione pubblica. Quindi sicuramente c’è un funzionamento diverso, perché nell’opinione pubblica che si forma attraverso i giornali e la televisione c’è un filtro, mentre Internet da questo punto di vista è profondamente democratico, dato che consente ad ognuno di esprimersi in maniera libera. Ovviamente, questo come ritorno ha un’inflazione delle opinioni, anche negative. Ecco perché il pregiudizio attraverso meccanismi perversi sedimenta in maniera molto forte in rete, anche attraverso il fenomeno della ripetizione dei siti che prendendo contenuti esistenti e li ripropongono continuamente. Con la ripetizione di certe notizie naviga anche un certo tipo di consenso che la gente attribuisce alla notizia stessa. In altri termini, manca quel filtro che la stampa e la televisione mettono in campo. Internet è un territorio estremamente libero.

Che strumenti ha l’individuo per difendersi nel momento in cui si espone al pregiudizio “digitale”? Come fa a riconoscerlo?

Rapaccini: Questo è un grosso problema, perché nella vita reale i controlli sono più stretti. In Internet, in particolare nei social network e su youtube, è necessario che qualcuno mi medi il contenuto che è trascritto nella linea o nell’evento che viene segnalato. Quindi, le faccio un esempio, il famoso film su Maometto è rimasto per molto tempo su Youtube, senza che nessuno nel mondo arabo vi prestasse attenzione. Dopo alcuni mesi, attraverso la traduzione in inglese, si sono diffusi nel mondo arabo dei pregiudizi sull’offensività di questo film. In realtà, dobbiamo sempre ricordare che il controllo su Internet è molto meno capillare di quanto si possa pensare.

Lei si occupa costantemente di comunicazione interculturale, soprattutto in rete. La religione è uno dei fattori principali di comunicazione interculturale in rete? La popolarità digitale espone la religione a rischi di omologazione?

Giaccardi: Le domande sono molto pertinenti. Una cosa che avevamo notato è che sicuramente la religione è un tema divisivo. Quindi, dalla ricerca che è confluita nel libro Abitanti della rete, che ho svolto nel 2010 sull’uso di Facebook da parte dei giovani dai 18 ai 25 anni, era emerso che la religione è uno dei temi di cui non si parla su Facebook, perché si preferisce parlare delle cose che aiutano a mantenere un’armonia del gruppo, che mettono in evidenza ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. Quindi la religione, e tendenzialmente anche la politica, non rientrano negli argomenti di conversazione. Questo è importante, perché da una parte c’è una sorta di effetto di spirale del silenzio, cioè la religione non è oggetto di conversazione in rete; dall’altra parte però ci sono tutti i siti e i gruppi di discussione dei vari movimenti religiosi, delle minoranze etniche.

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Tags:
fedeinternetpregiudizioreligionespiritualità
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