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Fatta l’Europa, come facciamo gli europei?

Alexander Mak
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Come partecipare alla costruzione di un’Europa sempre più democratica e aperta al mondo, unita nella sua diversità culturale e da questa arricchita?

Qualcosa di analogo vale per il discorso sull’UE, in particolare a livello politico. Oggi esso pare dominato, nella maggior parte dei Paesi, dalla diatriba fra europeisti e antieuropeisti o euroscettici. Entrambe le posizioni mirano ad accreditarsi come “pure” sul piano dei valori. Gli uni tendono a sottolineare l’importanza dell’universalismo e della solidarietà, gli altri a farsi scudo della difesa dell’identità; tutti finiscono così per occultare sotto le rispettive retoriche il fatto che ai valori di cui le idee sono portatrici si affiancano interessi specifici ben individuabili. È un dato di fatto che non va demonizzato, in quanto il mix tra utopie e interessi è parte della dinamica politica democratica; anzi, ha bisogno di essere reso più esplicito: in questo modo nessuna delle diverse posizioni potrà più presentarsi come portatrice di un “bene assoluto” e si aprirà lo spazio della mediazione proprio della politica, mentre i valori di ciascuna smetteranno di essere sbandierati per accalappiare il consenso e potranno misurarsi con il compito della costruzione del bene comune.

L’apertura di uno spazio di discorso politico autentico sull’Europa potrà anche contribuire a cancellare il retaggio dei decenni in cui sull’UE non vi è stato un vero dibattito, in quanto mancavano reali alternative alla prosecuzione del processo della sua costruzione. Questo da un lato ha favorito l’instaurarsi di una retorica burocratica, protocollare e rarefatta, che dà l’impressione di una grande distanza dalla realtà; dall’altro ha permesso ai politici nazionali di utilizzare l’UE come paravento su cui scaricare la responsabilità delle scelte più difficili da presentare all’opinione pubblica: «È l’Europa che ce lo chiede/impone» è diventato un ritornello in tutte le capitali, anche se poi assai di rado gli Stati fanno ricorso al diritto di veto di cui godono in sede UE su alcune decisioni, o anche solo minacciano di farlo. Questa retorica non aiuta a mettere l’Europa in buona luce e a far chiarezza sul suo impatto sulla vita dei cittadini (cfr GRACE E., «Europa: unione in crisi», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2013] 208-215).

Per fare gli europei

Dal punto di vista istituzionale l’UE è spesso descritta come un cantiere sempre aperto. Lo stesso vale per la cittadinanza europea. Più che di un dato si tratta di un compito: riarticolare su una base non nazionale gli elementi cardine del concetto di cittadinanza (diritti e doveri; partecipazione; identità e appartenenza), elaborato in un contesto sociale, culturale e politico assai diverso rispetto a quello attuale. Gli attori coinvolti in questo processo sono molteplici: dai cittadini dell’Unione alle sue istituzioni, passando per tutta una serie di “corpi intermedi” (istituzioni statali e locali, partiti, associazioni e organismi della società civile, mass media, ecc.). La costruzione della cittadinanza europea progredirà quanto più essi sapranno cooperare per allestire uno spazio sociale e politico condiviso, dove la cittadinanza europea possa dispiegare davvero le proprie potenzialità.

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