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Fatta l’Europa, come facciamo gli europei?

Alexander Mak
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Come partecipare alla costruzione di un’Europa sempre più democratica e aperta al mondo, unita nella sua diversità culturale e da questa arricchita?

Più faticoso fino ad ora è stato invece il percorso di costruzione di un demos europeo, peraltro ben più complesso da articolare con il livello nazionale. L’adozione di elementi simbolici classici dell’identità nazionale, come la bandiera europea (con l’obbligo di esporla insieme a quella nazionale), l’inno europeo (l’«Inno alla gioia» contenuto nella Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven) o l’uniformità dei passaporti, sui quali compare la dizione «Unione Europea» oltre al nome del Paese che lo emette, non basta certo allo scopo.

Per quanto si tratti di passaggi di cui è giusto riconoscere l’importanza, continuare a ragionare di cittadinanza europea in questi termini rischia di far perdere di vista il punto principale, che consiste nella riarticolazione del concetto dal livello nazionale a quello sovranazionale, da non intendersi come una semplice estensione complanare del primo. L’UE rappresenta un esperimento – probabilmente quello a oggi storicamente più significativo – di governance sovrastatale all’interno di un contesto globale segnato dalla moltiplicazione e dalla frammentazione dei livelli di esercizio dell’autorità. La sovrapposizione – o meglio l’incastro – delle istituzioni locali e regionali, nazionali e sovranazionali caratterizza la nuova struttura di governance multilivello in cui lo Stato, pur conservando certamente un ruolo privilegiato, non detiene più il monopolio.

In questo scenario anche la cittadinanza è chiamata a definirsi in base a una pluralità di riferimenti (territoriali e culturali), con i corollari identitari che questo porta con sé, proprio come – lo stiamo imparando in questi anni – su uno stesso territorio possono co-insistere una pluralità di istanze di autorità (Regione, Stato e UE). La strada potrebbe essere quella di processi di costruzione dell’appartenenza che includano la valorizzazione delle differenze in chiave non conflittuale.

Occorre tuttavia evitare che l’idealità conduca a perdere la concretezza che viene dall’essere legati a un territorio. È il rischio di non poche riflessioni e stimoli che spingono nella direzione di una «denazionalizzazione» della cittadinanza, che le fornisca una base etico-politica piuttosto che etnicoculturale. In quest’ottica, alcuni studi valorizzano i segnali della moltiplicazione dei movimenti sociali transnazionali e dell’emergenza di una società civile globale; altri sottolineano la crescita della solidarietà tra i popoli e del sentimento di appartenenza a un’unica umanità e deducono da ciò un progressivo ma inevitabile spostamento dal livello nazionale a livelli più ampi. La cittadinanza multilivello europea però non è un’astrazione.

Un linguaggio ambiguo

Procedere in questa direzione significa impegnarsi in un processo di rielaborazione concettuale e cambiamento culturale condiviso. Per questo le parole e le immagini utilizzate rivestono una grande importanza. Ad esempio, le immagini e i valori a cui si ricorre per presentare la cittadinanza europea in senso stretto risultano davvero attraenti, capaci di mobilitare, di dare il senso di una direzione di marcia? Alcuni esempi ci permettono di cogliere che si potrebbe fare di meglio.

Un recente comunicato ufficiale dell’UE sul tema della cittadinanza afferma: «La cittadinanza europea non è solo una nozione astratta, ma una realtà concreta che procura a ciascuno di noi vantaggi tangibili» (Questions fréquemment posées: rapport 2013 sur la citoyenneté de l’Union, MEMO/13/409, 8 maggio 2013, nostra trad.). La scelta di usare la leva dei “vantaggi tangibili” è davvero quella giusta o ha bisogno di essere almeno affiancata da altre logiche? Oggi vi fanno ricorso i partiti e i movimenti populisti, spesso in chiave antieuropea, chiedendo ai cittadini di farsi i conti in tasca per valutare se davvero conviene far parte dell’UE! Anche l’insistenza sulla mobilità come tratto specifico della cittadinanza europea, in opposizione al radicamento territoriale di quelle nazionali, dà conto di una storia in cui la libertà di movimento ha giocato un ruolo importante, ma rischia di rendere la cittadinanza europea rilevante e quindi attraente solo per le minoranze privilegiate (manager e professionisti di alto profilo) per le quali spostarsi è una opportunità, o per quelle emarginate (lavoratori migranti poco qualificati) per le quali è una necessità.

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