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Procreazione assistita: un figlio proprio a tutti i costi?

FIV – it

© Florence DURAND/SIPA

Chiara Santomiero - Aleteia Team - pubblicato il 28/11/13

Miriam Zoll racconta in un libro la sua ricerca ossessiva di un figlio e i costi non solo economici per le coppie che intraprendono questa strada

Un’esperienza molto dolorosa generata da un senso di profonda umiliazione per l’ incapacità a concepire che l’ha portata a precipitare in un’ossessione, quasi una forma di dipendenza: Miriam Zoll voleva un figlio suo a tutti i costi e si è sottoposta per questo a diversi cicli di fecondazione assistita. Il figlio non è venuto ma l’alto costo fisico e psichico di questa ricerca esasperata l’ha prostrata. Oggi Zoll è mamma di un bimbo avuto in adozione e ha deciso di raccontare in un libro l’esperienza di un mondo di cui è diventata esperta, svelando il lato meno in luce di quella che è diventata per molti aspetti una vera e propria industria, dai costi economici elevati e senza garanzie di successo. In Italia, anche per questo aspetto dell’assistenza sanitaria, si assiste ad una migrazione dal sud verso il nord.

Una “drogata” della fecondazione: così definisce se stessa l’autrice di “Cracked open: liberty, fertility and the pursuit of high-tech babies” nel quale Miriam Zoll ripercorre gli anni trascorsi a cercare disperatamente di concepire un figlio tramite diverse tecniche di fecondazione assistita, tutte fallite. “Questa ossessione e dipendenza dalla speranza offerta dalla scienza cresceva sempre di più davanti ad ogni tentativo fallito – ha raccontato Zoll in un intervista a Tempi.it (26 novembre). Ho lottato praticamente ogni giorno con la mia ossessione crescente. Mi sono domandata come mai mio marito e io fossimo così fissati con la procreazione come cammino verso la genitorialità, anche se significava sottoporsi a trattamenti sempre più invasivi e rischiosi. Mi chiedevo se volevo essere un genitore che “crea” un altro essere umano secondo la sua immagine. Mi interrogavo se essere madri non significa invece amare un bambino con tutto il mio cuore e tutta la mia anima, come amo il figlio che poi ho adottato e che ora ha quattro anni”.

Nel suo libro Miriam Zoll racconta come le coppie che ricercano la fecondazione assistita non siano abbastanza avvertite circa l’invasività delle procedure e come ci sia un silenzio diffuso sull’alto tasso di fallimento dei tentativi di concepimento. Uno studio pubblicato nel 2012 sul New England Journal of Medicine, intitolato “Cumulative Birth Rates with Linked Assisted Reproductive Technology (ART) Cycles” conferma un tasso di fallimento dei cicli del 70 per cento: il 60 per cento è lo scenario migliore di riuscita su 247 mila donne che non si sono sottoposte a più di sette cicli successivi. In realtà molte donne che scelgono la fecondazione in vitro non riescono neppure a raggiungere la fase della fecondazione vera e propria (Tempi.it 26 novembre).

Ricorrere alla fecondazione assistita rappresenta anche un grave onere economico. Lo stesso studio evidenzia che occorrono almeno 40 mila dollari per due cicli per arrivare a 200 mila per dieci o più. Lo studio dimostra inoltre che le donne più anziane che usano i propri ovuli, registrando il minor successo con la fecondazione in vitro, stanno facendo aumentare la richiesta della pratica controversa della donazione di ovuli, spesso acquistati da donne di paesi poveri come India, Thailandia e Messico. Per ottenerli vengono iniettati nelle “donatrici” farmaci potenti che possono causare gravi effetti collaterali: dal gonfiore delle ovaie, molto pericoloso, alla sterilità, agli ictus e in certi casi alla morte (Tempi.it 26 novembre).

Chi desidera un figlio e ricorre alla procreazione assistita, segnala Il Sole 24ore (13 dicembre 2012), può arrivare a pagare fino a 15.600 euro in Lombardia, il doppio di quanto viene chiesto in Emilia Romagna, 6.900 euro. La media nazionale invece si aggira intorno ai 12.300 a fronte di un rimborso medio nazionale corrisposto dalle Asl delle diverse regioni di 1.934 euro.

Sono i dati emersi da una indagine della Commissione d’inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari presentata presentata nel gennaio del 2013. Dall’entrata in vigore della legge 40, informa l’indagine, continuano ad aumentare in modo costante le coppie che accedono alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma), così come aumentano il numero di cicli iniziati e delle gravidanze ottenute. Oggi i nati da fecondazione in vitro sono il 2,2% dei nuovi nati.

L’indagine sottolinea la mobilità interregionale per accedere ai trattamenti. Dal 1 gennaio 2011 al 30 giugno 2012, le donne che si sono sottoposte al trattamento, nei centri che hanno risposto al questionario somministrato dalla Commissione (96 risposte su un totale di 351 centri dell’elenco del Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita e pari al 27% del totale) sono state 50.900: di queste 37.322 erano residenti nella stessa Regione del centro di Pma, mentre 13.578 hanno dovuto migrare verso altre regioni, con conseguenti costi e disagi: il 48% ha scelto il Nord-ovest.

Più di un quarto delle donne esegue trattamenti in altre regioni diverse da quelle di residenza con una migrazione che va, tipicamente, da sud verso nord. Il 39% dei cicli riproduttivi fatti sui siciliani, ad esempio, (5130 nel 2010, dato estrapolato dal piano sanitario regionale siciliano) sono effettuati al nord. Il motivo è dovuto al fatto che nella maggior parte delle regioni del nord, tali trattamenti sono previsti all’interno del sistema sanitario regionale mentre in altre regioni sono effettuati in centri privati e, dunque, a carico del paziente. Ne consegue che spesso al sud le coppie pagano di tasca loro oppure sono costrette a fare lunghi viaggi verso i centri del Nord che vengono pagati dalle regioni a scarsa dotazione (Sicilia, Calabria..) alle regioni ad alta dotazione. L’indice di “attrattività” che esprime la capacità di una struttura di una Regione di richiamare potenziali pazienti da altre regioni, vede in testa: Toscana (113,3%), Valle d’Aosta (61,9%), Friuli Venezia Giulia (48%), Emilia Romagna (34,2%), Lombardia (31,8%) (Quotidiano Sanità, 22 gennaio 2013).

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