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Cardinal Ravasi: “fede e arte sono sorelle”

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Dal secolo scorso c'è stato un divorzio tra le due realtà, ma ora c'è un riavvicinamento

Fede e arte sono sorelle perché di loro natura – come diceva Paul Klee per l’arte – 'non rappresentano il visibile ma l’Invisibile che è nel visibile'”. Così il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, a Berlino nel nuovo appuntamento del Cortile dei Gentili, spazio di incontro e dialogo tra credenti e non credenti, in svolgimento nella capitale tedesca dal 26 al 28 novembre.

Nella religione ebraico-cristiana, ha ricordato il porporato, la metafora estetica o ludica è divenuta “una via analogica per rappresentare Dio stesso”. “È quella che già nel Medioevo era chiamata la via pulchritudinis, ossia l’analogia della bellezza per cui – come si legge nel libro biblico della Sapienza – 'dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia (analógôs) si contempla il loro Artefice' (13,5)” (Sole 24 Ore, 27 novembre).

“Come esiste l’homo ludens, cioè la persona umana che libera le sue potenzialità creative, artistiche, culturali e sportive, attraverso le sue opere estetiche e atletiche condotte nella gratuità, libertà e creatività, così Dio crea l’universo e, come suggerisce il libro della Genesi nella sua pagina d’apertura, si ferma stupito a contemplare la sua opera: 'Dio vide che era cosa bella/buona'”, ha osservato il cardinale nel discorso che ha pronunciato nel Deutsches Theater, il principale teatro di Berlino, che ha ospitato l'appuntamento.

Dal secolo scorso, purtroppo, si è assistito a un divorzio tra arte e fede: “da un lato, in ambito ecclesiale si è spesso ricorsi al ricalco di moduli, di stili e di generi di epoche precedenti, oppure ci si è orientati all’adozione del più semplice artigianato o, peggio, ci si è adattati alla bruttezza che imperversa nei nuovi quartieri urbani e nell’edilizia aggressiva innalzando chiese simili a garage sacrali ove è parcheggiato Dio e vengono allineati i fedeli”; “d'altro lato, però, l’arte ha imboccato le vie della città secolare, archiviando i temi religiosi, i simboli, le narrazioni, le figure e tutto quel 'grande codice' che era stata la Bibbia. Ha abbandonato come pericolosa ogni proposta di un messaggio, considerandolo un capestro ideologico, si è consacrata a esercizi stilistici sempre più elaborati e provocatori, si è rinchiusa nel cerchio dell’autoreferenzialità, si è affidata a una critica esoterica incomprensibile ai più, e si è asservita alle mode e alle esigenze di un mercato non di rado artificioso ed eccessivo”.

Ora, ha constatato Ravasi, si sta registrando un avvicinamento. Quest'anno, ad esempio, il Pontificio Consiglio della Cultura ha presentato un Padiglione della S. Sede alla Biennale d’Arte di Venezia con una trilogia tematica che si lega alle pagine di apertura della Genesi biblica, affidandole alla libera rielaborazione di tre artisti – l’italiano Studio Azzurro, il boemo Josef Koudelka e l’australiano Lawrence Carroll – e proponendo come temi la creazione, la de-creazione e la ri-creazione.

“Persino certe espressioni blasfeme o dissacranti che hanno recentemente avuto una forte eco – ha indicato il porporato – rivelano, in ultima analisi, non solo l’impatto forte che i grandi simboli e i temi religiosi conservano anche in una società secolarizzata, ma manifestano forse la nostalgia di segni e immagini che hanno costituito una straordinaria fonte d’arte e di cultura per due millenni”.

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