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Berlusconi è fuori dal Parlamento, ma restano le tensioni tra politica e magistratura

@DR
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La stampa cattolica si interroga sulla decadenza dell'uomo che per 20 anni è stato al vertice della scena politica italiana

La decadenza di Silvio Berlusconi è l'argomento del giorno sulla stampa cattolica d'opinione. Che accende i riflettori sul rapporto tra politica e magistratura. L'uscita di scena di Berlusconi è stata condizionata in maniera determinante da una mirata azione giudiziaria? La maggior parte degli opinionisti converge sul "si".   

«Con buona pace di Pd e Grillini, la vicenda Berlusconi insegna che la giustizia non è uguale per tutti. Si può discutere il Berlusconi politico e il Berlusconi uomo, ma parlare di accanimento giudiziario nei suoi confronti non è certo un’esagerazione. Basta vedere la sua storia giudiziaria degli ultimi venti anni: è sicuramente l’unico caso per cui il nostro paese non rischia la condanna per la lunghezza dei processi da parte della Corte Europea. Ma forse avrà qualcosa da dire la Corte dei Conti riguardo all’investimento di risorse – le nostre tasse – per poterlo incastrare in qualche modo. Il problema va oltre il destino di Berlusconi e del centrodestra, è l’ennesima dimostrazione che l’Italia è governata dai giudici e questo dovrebbe allarmare tutti. Da Tangentopoli in poi, la magistratura ha di fatto condizionato la scelta della classe politica e dei governi» (Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola Quotidiana, 28 novembre).

«Uno contro tutti. Berlusconi contro i poteri di Palazzo che brindano all’atto con cui sembra concludersi l’inseguimento allo Spartaco che da vent’anni sfida i medesimi poteri riuniti sotto il mantello paternalistico-retorico-affaristico che sovraintende lo Stato dei cittadini. Spiacenti per i Battista e per le Spinelli dei due maggiori quotidiani di sistema: il ventennio e il diavolo non hanno il marchio del “regime berlusconiano” ma hanno piuttosto l’impronta – questo sì, marchio infamante che passerà alla storia – della democrazia manomessa e piegata alla persecuzione dell’imprenditore e politico che il sistema di Palazzo ha ritenuto essere razzisticamente inferiore e quindi da avversare con ogni mezzo, dalla piazza alla persecuzione giudiziaria estesa alla identificazione del giornalismo con gli atti di accusa delle Procure» (Luigi Amicone su Tempi.it, 28 novembre).

«Per vent’anni abbiamo scritto su queste colonne che i problemi politici non si risolvono mai per via giudiziaria, e che i problemi giudiziari non si rimuovono per via politica. Oggi ce n’è l’ennesima dimostrazione. Chi pensa, dice e persino grida il contrario fa un proprio gioco e coltiva interessi o illusioni precise, ma non fa il bene dell’Italia e neppure aiuta a capire la rischiosità del passaggio che sta davanti alla nostra pur salda democrazia. Se l’ex premier si fosse dimesso da senatore, all’indomani della sentenza, anticipando voti e lacerazioni, preservando governo e istituzioni (come altri, in altre fasi della nostra storia repubblicana, hanno saputo fare), e avesse continuato la sua battaglia da cittadino e da capo politico, forse non avrebbe azzerato errori compiuti e avversioni altrui, ma certo avrebbe inviato agli italiani un segnale molto forte e positivo» (Marco Tarquinio su L'Avvenire, 28 novembre).

«Cominciato con promesse "liberiste", che occhieggiavano purtroppo con successo anche ad ambienti moderati cattolici, promettendo meno Stato e un occhio di riguardo a giuste istanze di sussidiarietà tra Stato e società (promesse per lo più mancate), oltre alla messa in scena di valori non negoziabili in pubblico ma negoziabilissimi in privato, il berlusconismo mentre esce fuori dal "Palazzo" torna alle ragioni fondanti per cui vi era entrato, "scendendo – dall'impresa – in politica": l'interesse personale del leader. Un'autotutela durata con successo vent'anni, forte di un eclettismo ideologico capace mediaticamente di pescare a piene mani nell'impoliticità sempre più di massa del mercato elettorale» (Eugenio Mazzarella su Il Sussidiario.net, 28 novembre).

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