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La morte di padre Alec Reid dice qualcosa anche all'Italia

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La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 27/11/13

Il sacerdote di Belfast è stato uno dei protagonisti degli Accordi del Venerdì Santo del 1998 che hanno posto fine alla guerra civile tra repubblicani e unionisti nell'Irlanda del nord

di Riccardo Cascioli

La messa domenicale delle 11 a Clonard Monastery era una piccola oasi di pace per i cattolici di Belfast ovest, costretti a vivere ogni giorno nella paura di essere uccisi dai paramilitari protestanti o dall’esercito britannico; ma anche intimiditi dai terroristi repubblicani dell’Ira (Irish Republican Army), che giocavano il doppio ruolo di difensori e di aguzzini.

Erano i primi anni ’90, a quell’ora la chiesa era sempre piena: le famiglie della working class cattolica affollavano le tre navate della chiesa per ascoltare le parole di speranza del padre redentorista Alec Reid, un sacerdote che alla fine avrà trascorso 40 anni in quel monastero dai mattoncini rossi che domina Falls Road, la parte cattolica di Belfast ovest, divisa con un muro dal settore protestante, Shankill Road.

Padre Reid è morto venerdì scorso all’età di 82 anni e oggi, 27 novembre, si celebrano i suoi funerali a Clonard Monastery, dove è stato riportato domenica accolto da una grande folla e dai principali protagonisti dei “Troubles” (i disordini), così come veniva chiamata la guerra civile tra repubblicani e unionisti ripresa nella seconda metà degli anni ’60 del XX secolo e terminata con gli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Di questi accordi padre Reid è stato senza dubbio il principale protagonista, anche se così discreto da non apparire; ma per comprendere la grandezza della sua opera e della sua testimonianza bisogna ricordare almeno per sommi capi in quale situazione si è trovato ad operare.

Belfast ovest era il quartiere operaio della capitale nordirlandese, ma i cattolici erano molto più poveri dei protestanti perché in Irlanda del Nord i cattolici erano cittadini di serie B, discriminati sul lavoro – con tassi di disoccupazione superiori al 30% – e senza alcuna protezione (a loro era negato anche il porto d’armi che invece i protestanti avevano); vittime di violenze e soprusi di ogni genere, con la aperta complicità delle autorità e dei militari britannici, ufficialmente neutrali ma platealmente a fianco degli unionisti.

Belfast ovest era l’epicentro delle violenze, e anche il serbatoio di consensi per l’Ira così come, dall’altra parte del muro, per l’Ulster Volunteer Force (Uvf). Il conflitto nord-irlandese affonda le radici all’inizio del ‘600, con l’arrivo di coloni protestanti inglesi e scozzesi nel Nord Irlanda che si insediano nelle terre confiscate agli irlandesi, cattolici. Ma nel corso dei secoli, anni di lotte feroci si sono alternati a momenti di tregua e di calma relativa. I Troubles sono l’ultimo ciclo di violenze, e all’inizio degli anni ’90, dopo migliaia di morti, sembrava impossibile neanche immaginare un cessate il fuoco, figurarsi un accordo di pace.

Ma è qui che entra in gioco padre Reid: ogni giorno ascoltava il dolore della sua gente, ogni giorno condivideva la condizione di pariah nella propria terra, ogni giorno vedeva le ingiustizie di cui i cattolici erano vittima e celebrava i funerali di propri parrocchiani vittime di violenze. E’ proprio grazie alla fiducia di cui godeva che io, giornalista italiano, ho potuto incontrare tante famiglie cattoliche, entrare nelle loro misere case e ascoltare le loro tragiche storie. Padre Reid voleva che toccassi di persona la realtà, valeva più di mille sue spiegazioni. Lui, così come il suo amico e confratello padre Gerry Reynolds,  non spendeva molte parole sulle analisi della situazione, piuttosto faceva trasparire come si viveva la fede in quelle circostanze difficili.

Era così discreto e umile che non dava l’impressione di essere quel protagonista che invece era. Proprio qui sta una delle caratteristiche di un vero operatore di pace come padre Alec Reid. Ma la grandezza della sua testimonianza sta soprattutto nel fatto che non era “terzo” tra due contendenti, non era affatto neutrale. La rabbia dei cattolici era anche la sua, tanto che una volta gli scappò – in un dialogo infuocato – di dare del nazista al suo interlocutore protestante (poi chiese scusa). Ma aveva chiaro che l’unico modo per evitare di continuare a contare le vittime era quello di trovare un accordo per convivere con il proprio nemico. Era costruire ponti là dove c’era solo un muro di incomprensione e di odio.

Il primo passo lo ha fatto all’interno della comunità repubblicana riuscendo ad aprire un canale tra Gerry Adams, leader dello Sinn Fein, il braccio politico dell’Ira, e John Hume, leader dell’altro partito cattolico, il SDLP (Partito social-democratico e laburista). Un lavoro di costruzione di reciproca fiducia che è durato anni, perché tra i due partiti non c’era alcun dialogo: il SDLP non poteva accettare chi sosteneva il terrorismo e per questo taglieggiava anche la propria gente. Pian piano il dialogo si allargò anche al primo ministro irlandese Albert Reynolds, ma nel frattempo padre Reid cercava di costruire ponti anche con la parte protestante.

Tante volte sembravano esserci dei piccoli passi incoraggianti, altrettante volte una bomba o un massacro cancellavano tutto. Padre Reid non si perdeva d’animo e ricominciava. Una volta un suo confratello stava per iniziare la celebrazione della messa quando un boato fece capire che l’Ira aveva rotto il cessate il fuoco in vigore in quel momento: confuso, con un’omelia preparata e improvvisamente inutilizzabile, il confratello si trovò di fronte padre Reid e gli chiese: «E adesso cosa dico?». Pronta la risposta di padre Alec: «Falli pregare».

Solo la preghiera poteva sostenere quella speranza contro ogni speranza. La preghiera anche per i nemici: padre Reid è famoso soprattutto per quella foto che lo ritrae mentre cerca di rianimare e poi prega su uno dei due caporali inglesi uccisi da una folla inferocita di repubblicani. Successe il 19 marzo 1988 di fronte al cimitero di Milltown dove era in corso il funerale di un membro dell’Ira. Era una delle tre vittime di pochi giorni prima, quando al funerale di altri membri dell’Ira irruppe un paramilitare protestante aprendo il fuoco sulla folla che partecipava al funerale. All’improvviso arrivò l’auto con i due militari britannici: probabilmente i partecipanti al funerale temettero un altro attacco e assaltarono l’auto. Uno dei caporali nel tentativo di uscirne estrasse la pistola e sparò alcuni colpi in aria: fu la fine, i due vennero linciati e le immagini – tra le più drammatiche di tutto il conflitto nordirlandese – fecero il giro del mondo, così come la foto di questo prete che non era riuscito a fermare la folla e che ora era piegato in preghiera sopra il corpo di una delle vittime. In quell’immagine c’è tutto il dolore per il male commesso anche dai propri amici, lo strazio per non essere riuscito a evitarlo e l’offerta a Dio di tutta quella ingiusta sofferenza.

Era proprio questo essere uomo di Dio a renderlo credibile anche agli occhi dei nemici. Nessuna sorpresa dunque se fu chiesto proprio a lui di farsi garante della distruzione delle armi dell’Ira nel 2005, un passaggio decisivo per l’attuazione degli Accordi del Venerdì Santo.  

Padre Reid non lascia soltanto una eredità al popolo irlandese, è una testimonianza di grande attualità anche per il nostro paese, sempre più lacerato da tante divisioni e odii. Non se ne esce con retorici quanto sterili appelli alla concordia, c’è bisogno di uomini capaci di guardare oltre il proprio steccato, capaci di vedere e perseguire il disegno che Dio ha su di noi, sulle nostre famiglie, sul nostro popolo. Anche noi avremmo bisogno di un padre Reid.

FONTE: http://lanuovabq.it/it/articoli-la-mortedi-padre-alec-reiddice-qualcosaanche-allitalia-7831.htm

Tags:
guerra civileirlanda del nord
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