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Quanta confusione su coscienza e misericordia

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Vinonuovo.it - pubblicato il 21/11/13

Non c'è ricerca della verità se non siamo disposti a svuotare e rovesciare il nostro vecchio Io, per farlo illuminare dalla luce che illumina ogni cosa

di Marco Guzzi

Uno degli aspetti più inquietanti di questo tempo convulso e faticoso è la spaventosa confusione mentale in cui stiamo precipitando giorno dopo giorno, per cui risulta sempre più difficile non dico concordare su qualsiasi punto di discussione, ma perfino intenderci sui concetti basilari su cui impostare un qualunque discorso.

Credo che la recente controversia nata dalla conversazione tra il Papa ed Eugenio Scalfari sul tema del primato della coscienza individuale mostri con chiarezza il livello di fraintendimento concettuale in cui continuiamo a comunicare. I due interlocutori infatti parlavano evidentemente di due cose del tutto diverse: uno si riferiva alla coscienza come sacrario ultimo dello spirito umano, come cioè spazio di ascolto della voce di Dio in noi, e l’altro intendeva invece quel mutevolissimo discorso interiore dell’individuo, che il più delle volte legittima tutti i nostri più grossolani errori. Il Papa pensava probabilmente alla coscienza illuminata dalla fede, e cioè resa giusta, giustificata appunto dalla luce della Rivelazione di Cristo (come precisa il Catechismo della chiesa Cattolica al n. 1794: "La coscienza buona e pura è illuminata dalla fede sincera", e come Papa Francesco ci illustra in tutta la sua Enciclica Lumen fidei), mentre l’altro difendeva semplicemente quell’arbitrario e superficiale opinare individualistico, irrelato e rigidamente a-teo, privo cioè di qualsiasi autentica umiltà e disponibilità all’ascolto e alla conversione, in base al quale, come dice san Paolo gli uomini "hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa" (Rm 1,21).

Papa Ratzinger ha chiarito molto bene questi fraintendimenti nel suo saggio su "L’elogio della coscienza", dove per esempio scrive: "Chi fa coincidere la coscienza con convinzioni superficiali, la identifica con una sicurezza pseudo-razionale, intessuta di autogiustificazione, conformismo e pigrizia". (sulla complessità e sull’ambiguità del concetto di "coscienza" vi segnalo anche questo mio scritto).

Ma questo è solo uno dei molteplici esempi della confusione mentale in cui stiamo annegando. Ogni giorno assistiamo infatti a dibattiti in cui letteralmente non si capisce più di che cosa si discuta, in cui cioè gli interlocutori non hanno più quasi nessun punto in comune, nessun concetto condiviso, per cui semplicemente si attaccano e si azzannano come cani rabbiosi, alla cieca.

Ciò risulta particolarmente drammatico nelle sempre più accese discussioni intorno alle questioni morali, alla valutazione cioè di ciò che sia bene e di ciò che sia male. Qui davvero le acque già torbide delle nostre menti contemporanee si fanno tenebrose, assumendo la densità e la pesantezza del petrolio.

Ci si chiede, ad esempio, in ogni talk show e ormai da anni: ma è bene andare con le ragazzine a settant’anni come fa Berlusconi, ed è bene andare con vecchi ricconi se sei una ragazzina emancipata e scaltra che vuole fare rapida carriera? E perché no, che male c’è, se sono tutti adulti e consenzienti? È bene poi sposare una persona del proprio stesso sesso, e magari produrre qualche figlio affittando un utero di qualche giovane ragazza indiana? E perché no? Se vogliono un figlio? Chi sei tu per giudicare? Sei forse meglio tu? E perché un ricco anziano non può spassarsela un po’ anche con un ragazzino? Come facevano Pasolini o Whitman o Caravaggio o papa Giulio III che nominò addirittura cardinale e segretario di stato il suo amante diciassettenne? E a che età poi l’amore diventa pedofilia? Il grande poeta protoromantico tedesco Novalis amava Sophie che aveva solo 12 anni, e allora? Non basta l’amore a giustificare ogni cosa, come dice Obama? E perché impedire allora l’amore per due persone contemporaneamente? Perché dovrei amare solo una donna o solo un uomo, e non una donna e un uomo insieme? E perché non posso sposarmeli entrambi? Non è questa una violenta prevaricazione, un voler imporre un arcaico moralismo monogamico agli aneliti più liberi e polimorfi del cuore? Chi sono io per giudicare un bigamo o un poligamo o un evasore fiscale o lo stesso Priebke che in fondo ha semplicemente obbedito alla propria coscienza, come tutti i membri delle SS d’altronde che, come scrive ancora Papa Ratzinger «portarono a compimento le loro atrocità con fanatica convinzione ed anche con un’assoluta certezza di coscienza», e che quindi dovrebbero essere giustificati e dovremmo cercarli in paradiso?

E via così confondendo ogni cosa, servendosi perfino della dolcissima misericordia di Gesù per legittimare la propria corruzione e l’ostinazione impenitente e piena di orgoglio a non cambiare vita. Ma il Cristo accoglie tutti noi peccatori e stanchi, per curarci e per guarirci dal cancro dei nostri peccati, sui quali emette da lucido chirurgo diagnosi prive di qualsiasi indulgenza, col suo stile come sempre politicamente scorretto: "Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno" (Mt 18,8).

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eugenio scalfarifocus misericordiamisericordia
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