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Imparare ad amare. Un manuale di realizzazione umana

© auremar/SHUTTERSTOCK

Marco Guzzi - Pagine Aperte - pubblicato il 20/11/13

L'essere umano si realizza solo amando ed essendo amato. Per questo occorre indagare le nostre paure e i nostri desideri, riconoscere le nostre ferite

Tutti gli uomini e tutte le donne vorrebbero amare ed essere amati. Sentiamo, infatti, che solo amando ed essendo amati, cioè percependo e gustando con tutto il cuore la nostra unità profonda con altre persone, noi sperimentiamo la nostra vera identità, aderiamo al nostro vero essere e siamo perciò noi stessi. Abbiamo tutti fatto a volte l'esperienza commovente dell'intima gioia, e del senso di piena libertà e di forza, che ci dà il sentirci una cosa sola con una donna o con un uomo concreti vivi e palpitanti vicino a noi, con un amico o con un'amante o anche soltanto con una persona incontrata per caso, uniti comunque nel profondo, magari per un solo istante, in uno spazio sicuro e senza confini.

Tutte le grandi tradizioni spirituali della terra ci ripetono poi all'unisono che è soltanto amando che l'essere umano si libera dai recinti angusti del proprio Io ed entra in contatto con il mistero del divino e dell'eterno, comunque lo si intenda. E la tradizione ebraico-cristiana riassume addirittura tutto ciò che è richiesto all'uomo per salvarsi nel comandamento dell'amore verso Dio e in quello connesso dell'amore verso il nostro prossimo (Dt 6,4-5; Mc 12,29-31).

Comunque è sempre l'amore che ci salva, e che ci invera, in quanto “Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16).

Le ricerche psicologiche dell'ultimo secolo hanno inoltre confermato questa centralità assoluta dell'amore nel destino umano. Sappiamo ormai con chiarezza, infatti, che tutte le ferite che ci portiamo dentro nella nostra vita, e fin dall'infanzia, sono in definitiva sempre ferite inferte al nostro innato bisogno di amore. Sappiamo che è sempre da una mancanza di amore che sgorgano le nostre distorsioni interiori, le nostre difese, le nostre paure e tutti i nostri blocchi evolutivi.

Infine vorrei ricordare un libro che mi colpì molto quando lo lessi, cioè il famoso volume dello psichiatra inglese Raymond Moody La vita oltre la vita, che racconta le presunte esperienze post mortem di centinaia di persone. In base a questi racconti, quasi tutti gli uomini e le donne intervistati, che erano tra l'altro di diversissima cultura e fede religiosa, superata la soglia della morte e dopo aver incontrato un simpatico e accogliente essere di luce, dovevano rivedere con lui l'intero svolgimento della propria esistenza. Ora, qualunque sia il grado di credibilità che vogliamo attribuire a questo tipo di ricerca, la cosa che mi sembra comunque interessante è che questa specie di esame veniva fatto soltanto sulla base di due criteri fondamentali di valutazione, ossia su quanto queste anime avevano appreso lungo la loro vita e su quanto avevano imparato ad amare.

La conoscenza e l'amore sarebbero quindi le uniche cose per cui varrebbe la pena di vivere e su cui alla fine verrà misurato il valore della nostra esistenza.

Imparare ad amare, dunque, in base a tutte le forme di conoscenza che abbiamo, sia spirituali sia scientifiche, non sarebbe una tra le tante cose da fare, ma il senso unico e ultimo, il vero scopo della nostra esistenza, a prescindere da ciò che crediamo o non crediamo. Anzi, potremmo arrivare a dire che noi tutti saremmo qui, su questa terra, essenzialmente e imparare ad amare. Imparare ad amare sembra essere la finalità pedagogica assegnata alla nostra specie: il suo più intimo progetto genetico.

[Tratto da “Imparare ad amare. Un manuale di realizzazione umana”, Edizione San Paolo]

Tags:
amoreinfanziapsicologia
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