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Il metodo Guadalupe per le riforme di Francesco

@Terre d'America

Alver Metalli - Terre D'America - pubblicato il 19/11/13

Intervista al cardinal Rodríguez Maradiaga, coordinatore del gruppo dei consiglieri del Papa

Il cardinal Maradiaga è in Messico ma già con la valigia in mano per viaggiare a Roma dove, all’inizio di dicembre si riunirà con gli altri sette porporati che dovranno consigliare il Papa sulle riforme della curia vaticana (e non solo della curia). E’ il secondo round dopo quello d’inizio ottobre sul sinodo dei vescovi. In Messico l’arcivescovo di Tegucigalpa ha partecipato all’incontro promosso dalla Pontificia commissione per l’America Latina in collaborazione con i Cavalieri di Colombo (rappresentati da Carl Anderson, cavaliere supremo) e la Basilica di Guadalupe rappresentata dall’arcivescovo Norberto Rivera Carrera. Con l’arcivescovo di Boston O’Malley, anch’egli nel gruppo degli 8 Cardinali riformatori, Maradiaga ha fatto uno degli interventi più applauditi su “cultura e società nel continente latinoamericano” e ha presieduto uno dei 14 gruppi di lavoro in cui si è articolata l’assemblea dei 300 invitati, quello sulla missione della chiesa in un contesto di povertà, violenza, ingiustizia, narcotraffico. E’ stata una presenza di peso la sua, com’è di peso il ruolo di Maradiaga con il nuovo pontificato e la missione continentale che Papa Francesco ha rilanciato nel messaggio inaugurale ai 9 cardinali e 65 vescovi del continente.

Il cardinal Marc Ouellet ha evocato una immagine storica: “il grande movimento di conversione immediatamente successivo all’apparizione della Madonna di Guadalupe nel dicembre del 1531” appena 10 anni dopo la caduta di Tenochtitlan ad opera dei conquistatori di Hernán Cortés, quando milioni di indigeni si battezzavano… E’ una buona ispirazione anche per la “missione continentale” di cui parlano il Papa e la Chiesa latinoamericana di questi tempi?

Si. In primo luogo perché è un metodo ispirato “dal cielo”. L’annuncio, la conversione dei popoli, la missione, non appartengono a metodologie messe a punto da uomini, non sono invenzione di nessun ingegno umano. E’ stata la Madre di Dio, lei stessa, che in un momento preciso della storia e in un luogo geografico determinato ha considerato che fosse arrivato il momento di evangelizzare le nuove culture. E’ come se avesse detto: “Io ho la soluzione. Come? Incarnandomi”. E’ una metodologia, questa, che procede da Gesù e che sua Madre gloriosa ha posto in essere in Messico dopo la conquista. Guadalupe è essenzialmente incarnazione.

Non è che l’impulso missionario sia mai venuto a meno ma sembra di vedere che in questo tempo dell’America Latina, con un Papa di questa parte del mondo, questa parola torna al centro della scena…

E’ come se la Chiesa, dopo 21 secoli, fosse arrivata ansante ai giorni nostri, un po’ stanca e con insufficienza cardiaca. E quando c’è uno scompenso di questo genere non si riesce a tenere il passo, il ritmo cala, si cerca di riposare, di prendersela con calma. Credo sia quello che ci è accaduto.

“Missione continentale”, è questa l’espressione più usata in America Latina dopo la conferenza di Aparecida del 2007, molto marcata dalla presenza di Bergoglio…

“Missione continentale” sintetizza un compito, uno slancio, qualcosa che è nella natura profonda della Chiesa. Io credo sia molto importante tornare all’impeto missionario degli inizi dell’evangelizzazione dell’America Latina; in questo senso trovo che la figura di san Paolo sia la più ricca per definire questa urgenza. L’anno a lui dedicato, che proclamò Papa Benedetto nel 2008, io l’ho goduto a fondo. Ho cercato di approfondire, di conoscere di più l’apostolo delle genti. Di immedesimarmi con lui e il suo impeto. Mi sono veramente reso conto dell’insufficienza missionaria che stavamo vivendo. Dormiamo un po’ sugli allori di una prosopopea dell’America Latina continente maggioritariamente cattolico, con la conseguenza che ci si ripiega, senza volerlo coscientemente, in una pastorale di mantenimento; ma una posizione, qualunque posizione, non si può preservare staticamente, nemmeno una posizione più avanzata che fosse stata raggiunta; per mantenerla occorre comunque una spinta, altrimenti si retrocede inesorabilmente, fino alla rovina e al fallimento negli scopi che ci si era proposti.

In questo senso non trova che sia un momento positivo, favorevole se vogliamo…

Per me è uno dei momenti migliori che possiamo vivere. Perché ci dà la possibilità di capire, di prendere coscienza, dunque di crescere. Il Signore ci ha detto, e ci ripete con la liturgia dell’Avvento che si avvicina, che è ora di svegliarsi dal sonno, che questo è il momento per rendersi conto di tutte le sfide che abbiamo davanti, che non è possibile continuare a deambulare mezzo addormentati. Dobbiamo recuperare il cuore missionario di San Paolo: “Guai a me se non evangelizzo!”.

Lei tra pochi giorni sarà a Roma, con gli altri cardinali riprenderà il lavoro che le ha affidato il Papa per la riforma della curia vaticana. Ci sono indicazioni, spunti, idee che porterà con sé dal lavoro di questi giorni qui, all’ombra della basilica di Guadalupe?

Il fatto più bello è che questo incontro si sia svolto vicino alla Madre. Noi non ci siamo riuniti qui come un buon club di cattolici che si propongono di trovare alcune soluzioni particolari a dei problemi del loro tempo. I problemi ci sono, eccome…

Ne segnali alcuni, quelli che considera che interpellano di più la Chiesa in questo momento storico dell’America Latina.

La dipendenza economica e la disuguaglianza sociale continuano ad essere le grandi piaghe dei nostri paesi. Mentre una parte della popolazione soddisfa le proprie necessità e può permettersi lo sperpero un’altra, maggioritaria, vive nella povertà estrema. La concentrazione della ricchezza, della proprietà della terra, del potere e anche dell’educazione in mano a un settore privilegiato della società continua ad essere il parassita nel progresso dell’America Latina…

Però ha detto che lo scopo della riunione non è quello di trovare soluzioni…

Certo, perché ci siamo riuniti come uomini di fede che ai piedi della Vergine di Guadalupe vogliono recuperare la coscienza del loro muoversi, del loro agire, di cos’è questa “nuova evangelizzazione” di cui c’è urgenza, per arrivare all’incontro personale con Cristo. Noi non ci siamo messi alla ricerca di una idea su Cristo, di una dottrina sul Figlio di Dio, ma di una persona che ci rinnova il mandato con cui finisce il Vangelo di Matteo: “andate ovunque e annunciate la buona notizia”.

Mi sembra di capire che è anche un criterio per le riforme su cui lei e gli altri cardinali siete impegnati per incarico del Papa…

E’ uno dei punti che papa Francisco ci sta ricordando costantemente e in un modo che non può essere eluso. Se dovessi sintetizzare la missione della Chiesa dopo Aparecida e in consonanza con il “fenomeno Francisco” direi che dobbiamo appoggiarci di più sulla religiosità dei nostri popoli, sviluppare un lavoro teologico di maggior tenore ecumenico, rinnovare le comunità di base, potenziare l’opzione per i giovani, affermare il primato della grazia e il dialogo permanente con la cultura.

La consultazione che il Papa ha avviato all’inizio di novembre, le 38 domande sulle questioni morali, familiari, etiche, è stata bene accolta? Le risulta che i destinatari, almeno in America Latina, si siano messi a lavorare su quei punti con lo spirito che il Papa richiedeva?

Io ho avuto numerosi riscontri, ho ascoltato molte realtà; ne parleremo nella nostra prossima riunione all’inizio di dicembre; il termine per tirare le conclusioni è fine di gennaio, ma posso dire che una cosa, nell’impostazione che il Santo padre ha dato alla consultazione, mi è piaciuta moltissimo: non vuole che la consultazione sia diretta solamente a coloro che “cantano nel coro”; vuole, nella misura del possibile, che si arrivi oltre i confini già conosciuti, che si coinvolgano coloro che non sono credenti ma che hanno cose da dire perché la situazione della famiglia li riguarda molto da vicino.

Ancora una volta un criterio di apertura, missionario…

Senza alcun dubbio.

Ritiene che una consultazione come quella che il Papa ha avviato sia un metodo che può estendersi ad altri temi, ad altri problemi, ad altre situazioni e ambiti del vivere?

Di fatto la riforma dell’istituzione del sinodo dei vescovi che il Papa sta pensando va in questo senso. Che il sinodo non si celebri semplicemente ogni tre anni per redigere un documento su una tematica concreta, ma diventi un organismo permanente che possa rispondere a consultazioni su tematiche differenti.

[FONTE: http://www.terredamerica.com/2013/11/19/il-metodo-guadalupe-per-le-riforme-di-francesco-intervista-al-cardinal-rodriguez-maradiaga-coordinatore-del-gruppo-dei-consiglieri-del-papa/]

Tags:
america latinacardinale óscar andrés rodríguez maradiagaevangelizzazionepapa francesco
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