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Pensare a Wojtyła per comprendere Bergoglio

Bergoglio y Juan Pablo II – it

© GIANCARLO GIULIANI/CPP

Jaime Septién - Aleteia Team - pubblicato il 18/11/13

Tra gli ultimi tre pontefici c'è una “continuità creativa”

La stampa, soprattutto tra i vaticanisti, ha speculato molto sulla discontinuità e perfino sulla divergenza tra il pensiero e le posizioni conservatrici o liberali di Giovanni Paolo II e papa Francesco. Per questo, Aleteia ha voluto intervistare il filosofo messicano Rodrigo Guerra López, uno dei maggiori esperti del pensiero di Karol Wojtyła.

Di recente lei ha impartito le “Karol Wojtyła Memorial Lectures” all'Università Cattolica di Lublino, dove Giovanni Paolo II ha insegnato per vari decenni. Qual è il senso di queste “conferenze”? Qual è in fondo l'attualità di Karol Wojtyła come pensatore?

Molto gentilmente, padre Alfred Wierzbicki, direttore dell'Istituto Giovanni Paolo II dell'Università Cattolica di Lublino e uno dei più importanti filosofi della Polonia, mi ha esteso l'invito per offrire una serie di lezioni sul metodo filosofico di Karol Wojtyła.

Credo che proprio questo tema ci aiuti a valorizzare l'attualità del pensiero di Karol Wojtyła-Giovanni Paolo II. Il metodo che il beato Giovanni Paolo II ha elaborato lentamente nel corso degli anni, soprattutto attraverso le sue opere filosofiche, è un invito a far uso della ragione per esplorare l'esperienza fino al suo fondo più radicale e definitivo. È andare dal fenomeno alla base.

In questo modo, Wojtyła non crea un sistema compiuto di pensiero, ma apre un cammino educativo per imparare a pensare, per interrogare la realtà e ottenere risposte fondamentali sull'uomo e sul mondo. Stando così le cose, quando si familiarizza con il metodo fenomenologico di Wojtyła si evita una mera ripetizione meccanica di certe verità e si entra in un itinerario senza fine di ricerca appassionata della verità.

Ripetere verità senza comprendere da dove derivino implica qualche pericolo al momento di interpretare adeguatamente Giovanni Paolo II?

Sì. Sono convinto del fatto che in alcuni ambienti esista un'interpretazione ideologica della filosofia di Karol Wojtyła e poi del magistero di Giovanni Paolo II. È necessario usare sempre la ragione per assentire. L'atto di fede è un consenso razionale di fronte a un dono che mi viene offerto e che mi trascende. Quando l'essere umano si basa su una verità minimizzando l'uso della sua ragione, quando ripete solo in modo formale, perde una grande ricchezza di contenuti e a volte non riesce a condividere con i suoi simili che hanno bisogno di comprendere le ragioni che difendono l'affermazione di una determinata verità. Nel campo della morale cristiana, ad esempio, questo è fondamentale.

Quali sono i rischi che vede in questo?

I rischi di un'assimilazione parziale e perfino tendenziosa sono visibili in alcune controversie che si stanno suscitando in vari settori conservatori che non riescono a comprendere le parole e i gesti di papa Francesco e li contrappongono ai suoi immediati predecessori. Anche se è certo che Wojtyła, Ratzinger e Bergoglio sono persone diverse, è anche certo che Francesco non rappresenta in alcun modo una rottura, ma al contrario una continuità molto creativa e messa in pratica dell'insegnamento di Wojtyła e dello stesso Ratzinger.

Potrebbe fornire qualche esempio di quella che definisce “continuità creativa” tra Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco?

I tre papi sono uomini che hanno amato profondamente il Concilio Vaticano II. Wojtyła ha scritto un bel libro sull'importanza del rinnovamento apportato dal Concilio (“Alle fonti del rinnovamento”) e un altro sull'antropologia filosofica che soggiace soprattutto nella “Gaudium et spes” e nella “Dignitatis humanae”. Questo ultimo testo è forse l'opera più importante di Wojtyła come filosofo. Si intitola “Persona e atto”, e la sua intuizione centrale consiste nel mostrare come l'azione riveli la persona, come la persona si trascenda quando obbedisce in coscienza alla verità e come l'essere e il fare insieme ad altri concorrano a creare una vita più umana e solidale.

Benedetto XVI e Francesco hanno assimilato in modo molto esistenziale proprio questo approccio. Nella sua autobiografia, Ratzinger si riconosce “personalista”, ovvero parte di quell'ampio movimento che recupera la trascendenza della persona nell'azione e singolarmente nell'azione insieme ad altri. Francesco, allo stesso modo, è un pastore riflessivo che privilegia la comprensione delle persone in relazione, delle persone in comunità.

Da una prospettiva più teologica, si possono trovare altri elementi di continuità?

Ne segnalo semplicemente due: da un lato il primato della grazia e della misericordia di Dio di fronte ai moralismi neopelagiani contemporanei. I tre papi sono stati estremamente acuti nel denunciare la riduzione del cristianesimo a un mero congiunto di “valori”, a un ideale di “decenza”, a uno sforzo ascetico per raggiungere la coerenza.

Dall'altro lato, concepire la Chiesa come Popolo di Dio che cammina nella storia, ovvero come esperienza di comunione che manifesta empiricamente il Mistero che la fonda, è caratteristico dell'ecclesiologia conciliare e dei tre papi.

Quest'ultimo tema è assai tipico della Chiesa latinoamericana, non le sembra?

In effetti, nella Quinta Conferenza Generale del Consiglio dell'Episcopato Latinoamericano, celebrata ad Aparecida, si afferma con grande evidenza la necessità di superare l'intimismo e la privatizzazione dell'esperienza di fede, ovvero di superare l'idea di vivere la fede al margine di una compagnia.

In alcuni gruppi l'esperienza di comunione, di essere e fare insieme agli altri, si è diluita a tal punto che si concepisce la “communio” come una mera sintonia intellettuale o un mero “sentirsi Chiesa” senza necessità di appartenenza empirica alla carne concreta di una comunità concreta.

In ogni gruppo che vuole riconoscersi come Chiesa dobbiamo reimparare a pregare insieme, ad avvicinarsi ai sacramenti insieme, ad ascoltare la Parola in comunità, a discernere i segni di tempi in comune e così a intraprendere sforzi creativi per la trasformazione del mondo secondo Cristo soprattutto rispondendo al dolore dei più poveri e vulnerabili.

Questa è la scommessa e la proposta di Aparecida, le comunità di discepolato missionario?

Un paragrafo che ricordo subito a questo riguardo è quello che dice più o meno che la fede ci libera dall'isolamento dell'io perché ci porta alla comunione. Ciò significa che una dimensione costitutiva dell'avvenimento cristiano è l'appartenenza a una comunità concreta nella quale possiamo vivere un'esperienza permanente di discepolato e di comunione con i successori degli apostoli e con il papa. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco sono eminenti esponenti di questo modo incarnazionista di comprendere l'essere e il fare della Chiesa.

Tornando a Karol Wojtyła: qual è l'eredità intellettuale che ci lascia? Wojtyła era un conservatore e Francesco è un liberale?

Le categorie conservatore-liberale, destra-sinistra, non riescono a cogliere il profilo dei papi. Ricordo quando alcuni analisti francesi e nordamericani, prima della pubblicazione della “Centesimus annus”, accusavano Giovanni Paolo II di essere “socialdemocratico”, di non comprendere la democrazia liberale e l'economia di mercato.

Allo stesso modo, oggi esistono persone e gruppi che ritengono Bergoglio un conservatore di fondo per la sua opposizione all'aborto e alla vita omosessuale attiva. Non è poi mancato l'antico neoliberale devoto di Wojtyła che leggendo l'enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” segnala con grande pregiudizio che questo documento è una ricaduta a sinistra. A mio avviso, la vera eredità di Karol Wojtyła-Giovanni Paolo II trascende di molto il rigido schema delle categorie nate nella modernità illuminista. Questa eredità è di ordine principalmente cristiano e possiede importanti proiezioni culturali. Si può riassumere in un concetto elementare: la nuova evangelizzazione.

Come risuona oggi la nuova evangelizzazione negli ambienti “supertecnificati”?

Non voglio assumere un tono pio, ma segnalare che i tre pontefici sanno molto bene che il Vangelo annuncia la verità su Dio e sull'uomo rivelata in Cristo. Il Vangelo non è oggetto di alcuna rivendicazione. L'aspetto nuovo della “nuova evangelizzazione” consiste nell'introdurre una sensibilità rinnovata al cambiamento di epoca, ovvero alla crisi del paradigma moderno-illuminato e alle ricerche (postmoderne) per uscirne. Usando il linguaggio di Wojtyła: è la “controversia sull'umano” che si riformula in forme un po' inedite all'inizio del XXI secolo.

Per questo è così importante essere attenti ai nuovi linguaggi giovanili?

E non solo a questi, ma anche ai segni e ai simboli della nuova cultura, all'uso delle nuove tecnologie di comunicazione e interazione sociale e ai nuovi standard di condotta e identitari. Chi non compie lo sforzo di comprendere il cambiamento di epoca è condannato a ripetere formule del passato che al giorno d'oggi risultano poco intelligibili e che interpellano a livello esistenziale.

Bisogna tornare a leggere Wojtyła in modo più speculativo per apprezzare la continuità e anche la novità di Benedetto XVI e di Francesco?

Chi ritiene che la continuità sia ripetere staticamente una formula non capisce la dinamica della fede, che è la dinamica di un Dio incarnato che continua ad essere presente nella storia. La logica dell'Incarnazione è la logica della nuova evangelizzazione e quella che permette un'ermeneutica della continuità dei concili e dei pontefici.

Cosa dire a chi si sente “sconcertato” davanti a Francesco?

Credo che possa trovare una pista illuminante pensando a Wojtyła. Sì, bisogna pensare a Wojtyła per comprendere Bergoglio. E dico lo stesso di Ratzinger. Ma “pensare” significa andare fino in fondo e non restare in superficie. “Pensare” significa innanzitutto mobilitare la ragione attraverso un affetto rinnovato per la verità e per il bene. “Pensare” in questo contesto significa anche comprendere con la ragione che un Amore ci sostiene e ci precede al momento di regalarci un dono tanto immeritato come quello della straordinaria persona di papa Francesco.

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